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Prog Metal
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montag

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italy
MessaggioInviato: 30 Lug 2013 09:40:16    Oggetto:  Prog Metal
Descrizione: Seconda puntata della storia del Prog Metal di Italo
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1991 - 1999: il decennio d'oro del Prog Metal

Introduzione
Nel capitolo precedente abbiamo visto come il 1992 sia stato l'anno in cui il metal uscì definitivamente dalla scena musicale mainstream lasciando il posto al grunge e all'alternative rock. La traversata nel deserto, che avrebbe avuto termine solo alla fine del decennio, con la crisi dell'industria discografica tutta, era cominciata. In pratica, improvvisamente, molte bands di hard rock/AOR e thrash (i generi che avevano dominato l'ultima parte degli anni '80) si trovarono senza il supporto delle loro etichette (clamoroso il caso dei Warrant, numero uno USA nel 1989) o magari con dischi ultimati ma mai pubblicati perché ritenuti "fuori moda" o fuori tempo massimo (il misterioso secondo album degli Alias, o il terzo disco dei Bad English per restare in ambito AOR). Eppure, solo un anno prima, nessuno avrebbe potuto profetizzare questo scenario. Il 1991 sarà infatti ricordato come uno degli anni di maggiore popolarità del metal. Basti pensare che gli Iron Maiden furono il numero 1 in UK a cavallo tra Natale 90 e Capodanno 91 (2 settimane al vertice!) con la commerciale Bring your Daughter to the Slaughter, mentre, nel giro di 2 mesi, da giugno ad agosto, esordirono direttamente al numero 1 (!) della classifica di vendita di Billboard in USA i Van Halen di For Unknowful Carnal Knowledge, gli Skid Row di Slave to the grind e i Metallica del Black Album. E' proprio quest'ultimo disco, però, che in un certo senso preconizza la morte del metal così come conosciuto fino ad allora. I Metallica godevano di un credito crescente dopo un disco come .. And Justice for all che, seppur ostico e mal prodotto, aveva trainato il loro primo singolo con video (la famosa One) verso la Top 40 statunitense nel marzo del 1989 ed anche questo era stato un evento straordinario per un gruppo che aveva sempre rifiutato di commercializzarsi, almeno fino ad allora. L'attesa per il loro nuovo album fu alimentata ad arte dai media fino al fatidico Agosto 1991 in cui uscì il singolo Enter Sandman: dopo che anche le più provinciali delle radio italiane lo elessero a singolo della settimana, tutto fu più chiaro. Il thrash era morto e con lui molti altri sotto generi del metal. Infatti, i Metallica dopo aver giocato a rallentare il thrash scoprirono, grazie alla magistrale produzione di Bob Rock, che era possibile proporre un suono aggressivo e "cattivo" ma allo stesso tempo pulito e "laccato". Insomma, le cavalcate metalliche dei tempi di Ride the Lightning cominciarono ad essere scarnificate, semplificate, fino a diventare mid-tempos anthemici (Enter Sandman, Sad but true) che in qualche caso si rallentavano ulteriormente fino ad arrivare ad un punto in cui le melodie tipiche delle power ballads Hard Rock/AOR si mescolavano acusticamente con un cantato robusto e vellutato (Nothing else matters, The unforgiven). In pratica quello che sarebbe stato riconosciuto in seguito come un ibrido innovativo ed influente per il rock mainstream in generale condensava in sé tutto il "meglio" di quanto proposto dal metal negli anni '80. Di conseguenza tutto il resto sembrò, dalla sera alla mattina, vecchio. Parallelamente, anche i Guns & Roses arrivavano, da strade diverse, praticamente allo stesso punto ammorbidendo il sound stradaiolo di Appetite for Destruction con il pretenzioso doppio Use your Illusion che sarebbe stato il canto del cigno dello stesso gruppo. Sia i Metallica che i Guns & Roses incarnano l'apice e la caduta dell'impero del metal. Per uno scherzo del destino, Nevermind dei Nirvana uscì appena una settimana dopo i due Use you illusion: tutti questi tre dischi seppelliscono il metal e danno i natali all'ultimo movimento nell'ambito del rock in grado di unire e rappresentare una generazione intera. Ma sotto le ceneri qualcosa covava…
Come detto nella prima parte, il prog metal tentò di andare contro questa tendenza semplificatrice nel rock mainstream che si sarebbe affermata negli anni '90. Il techno-thrash alla Wathctower o Sieges Even però era troppo cervellotico e poco attraente per il vasto pubblico. I primi a comprenderlo furono ovviamente i soliti Voivoid che già con Nothingface (1989) aveva smussato gli angoli iper-tecnici presenti in Dimension Hatross o Killing Technolgoy: proprio nel 1991 pubblicano infatti il controverso Angel Rat che rappresenta, anche in questo caso, l'abdicazione del movimento techno-thrash nella lotta per la sopravvivenza. Con canzoni brevi, cantato meno psichedelico e sfuriate thrash degli esordi del tutto assenti, i Voivod tentarono la via del successo giocando di nuovo la carta dell'innovazione a tutti costi, per giunta non per forza commerciale. Angel rat voleva essere infatti un grande disco rock, non più metal, non più thrash, non più progressivo, ma mancava essenzialmente di buone canzoni. I Voivod, probabilmente, furono anche bruciati sul tempo dai Metallica (Angel rat uscì a Novembre) ma dalla loro non avevano né un produttore innovativo come Bob Rock e nemmeno un songwriting adatto allo scopo. Insomma la direzione presa dai Voivod non era quella giusta ed il movimento techno thrash si trovò senza più una guida e si smarrì. Mentre un'intera legione si smarriva, in punta di piedi, altri protagonisti degli anni '80 cominciarono a prendere maggiore consapevolezza di sé partendo dalla considerazione che non si potevano combattere i Metallica né tantomeno i Guns N' Roses sul loro stesso piano. Questa velleità aveva infatti impoverito e depresso il panorama metal di allora, spingendo perfino i Megadeth di Rust in Peace a pubblicare il loro Black Album (Countdown to Extinction) che rimane però un'eccezione, vista l'evidente ispirazione di Mustaine e soci che li portò molto vicino al colpaccio del numero 1 in USA. Gli altri big invece caddero con album davvero imbarazzanti: i Faith No More sfornavano un controverso e molto pop Angel Dust, i Manowar si avvitavano su se stessi con The Triumph of Steel, i Black Sabbath si appesantivano inutilmente con Dehumanizer, i Testament scadevano con il goffo The Ritual, gli Iron Maiden pubblicavano un ultimo disco con Dickinson solamente discreto come Fear of the Dark. Era questo il panorama che il prog metal scosse con i suoi capolavori. La chiave della sopravvivenza fu quella di poter offrire ai metal heads ma anche a tanti rockers maturi orfani della buona musica ciò che le mega-produzioni non potevano offrire più: musiche capaci di evocare stati d'animo complessi, ma allo stesso tempo in grado di catturare l'ascoltatore anche al primo ascolto. Si erano già mossi su questa linea i Queensryche di Empire nel 1990 riuscendo ad ottenere nella primavera del 1991 un top ten con la Pinkfloydiana Silent Lucidity. Il tour in cui i 5 cinque di Seattlle si imbarcarono riportò all'attenzione del pubblico anche Operation Mindcrime (esguito nella sua interezza) e da quel momento il prog metal trovò la sua vera strada. Il 1991, infatti, vide la pubblicazione di Parallels dei Fates warning la cui influenza non tardò a farsi sentire e nel marzo dell'anno successivo, in un silenzio ancor più assordante, uscì Images and Words dei Dream Theater. Tutto ciò che venne dopo è storia. Il metal, anche se deliberatamente tenuto lontano dalla ribalta mediatica, cominciò ad espandersi come un fiume sotterraneo dell'underground. Il prog ed il power metal negli anni '90 furono due delle quattro colonne fondanti (le altre due furono il death ed il black metal) che ressero l'onda d'urto dell'alternative e del grunge e che ci permettono ancora oggi di parlare di metal. Nell'ambito del prog metal, sarebbe impossibile citare tutti i gruppi che seguirono le orme dei padri fondatori Fates warning, Queensryche, Dream Theater e Crimson Glory. Non tutti lo fecero con la dovuta originalità o capacità, anzi spesso la cifra stilistica di molti gruppi fu ridotta a semplice riproposizione di un canone stabilito ed immutabile. Ciononostante, fu esaltante vivere un periodo di due-tre anni in cui ogni mese spuntava fuori un gruppo in grado di attirare l'attenzione sin dalla copertina evocativa (confrontate ad esempio la copertina di Supremacy degli Elegy o di Awake dei Dream Theater con quella di Vs. dei Pearl Jam) e pubblicare un nuovo capolavoro del genere. E questa esplosione di creatività ebbe ripercussioni positive anche sul new prog, veramente mal ridotto dopo la separazione dei Marillion da Fish. Dal 1993 in poi gruppi come IQ, Pendragon capirono che c'era un pubblico del tutto nuovo pronto ad accogliere le loro proposte: Ever e Subterranea degli IQ rimangono dei best-seller nella discografia del gruppo, come anche The Window of Life (1993) e The Masquerade Overture (1996) per i Pendragon. Ed anche i Marillion ritornarono a pubblicare grandi dischi come Brave (1994) o This Strange Engine (1997). Questo non sarebbe mai accaduto senza i Dream Theater che rinsaldarono il legame tra metalheads e progsters, animati, come agli inizi degli anni '80 (ricordiamo le copertine di Kerrang con Fish, ad esempio il numero 2Cool, contro un mainstream music business che cercava di estrometterli e che nonostante tutti gli sforzi mediatici non ci riuscì.

Dieci dischi per capire il prog metal anni '90

10. Elegy – Labyrinth of dreams: uscito nel 1993 proponeva sin dalla bellissima copertina e dall’opener Grand Chance un modo di intendere il metal che andava oltre gli anni ’80: chitarre assolutamente pulite, assoli melodici che accompagnavano un cantato high-pitched (del grande e sottovalutato Eduard Hovinga) ed una sezione ritmica arricchita da tappeti tastieristici quasi sinfonici. Gli Elegy però erano molto più che Helloween con la tastiera, rappresentano una delle prime risposte europee ai Dream Theater e per almeno tre album (grandissimo il secondo, intitolato non a caso Supremacy) tenteranno di tener testa ai colleghi più blasonati. Purtroppo non riuscirono a ripetersi a grandi livelli sul finire degli anni ’90 e questa fu la loro fine. Tutto il disco è comunque un concentrato di melodia e tecnica che contribuiscono a canonizzare il genere, ad esempio per quel che riguarda come scrivere una ballad prog-metal: la title track, infatti, resta un gioiellino insuperato che migliaia di epigoni hanno seguito nel futuro. Un disco da riscoprire!

9. Threshold - Wounded land: recentemente ristampato con l’aggiunta di svariate bonus tracks che non si comprende come mai furono estromesse dalla tracklist del cd originale, questo disco uscì anch’esso nel 1993 poco prima del debutto degli Elegy. Gli inglesi, dalla loro, però avevano in più una delle vecchie conoscenze del panorama neo prog, quel Karl Groom che aveva partecipato al progetto Strangers on a Train e agli Shadowland. E questa presenza gli varrà i 20 anni di carriera che l’anno scorso sono stati coronati da un grande album come March of Progress. L’altro asso nella manica è però il cantante di questo esordio, il carismatico Damian Wilson (ex Landmarq), che canta anche nell’ultima release. Il segreto dei Threshold è aver mantenuto un livello medio-alto per tutta la loro carriera. Chiaramente, questo esordio ed il successivo (forse ancora migliore, intitolato Psychedelicatessen) sono i punti più alti perché figli dell’epoca. Anche qui ci sono almeno due episodi che aiutano a standardizzare il prog-metal: la cadenzata Sanity’s end che mischia alla grande assoli di tastiera alla Marillion a soluzioni ritmiche di matrice tipicamente hard rock e la veloce e tirata Paradox che rivendica con il suo trionfo di tastiere e assoli la matrice melodica del prog metal ma allo stesso tempo, con il finale tirato, la matrice metal del genere. Tutto il disco è godibilissimo e se ascoltato con il successore in sequenza può dare una idea di massima di cosa sia il prog metal a chi non vuole ascoltare i DT. Anche questo da riscoprire!

8. Morgana Lefay - Knowing Just As I: sono rimasto sorpreso di come i Morgana Lefay siano rimasti quasi un segreto nel mondo prog metal e più in generale metal, sebbene abbiano dato alle stampe parecchi buoni album negli anni ’90 (cinque, senza contare il debutto autoprodotto del 1990). Eppure la loro proposta era di altissimo valore: un personalissimo mix di Savatage, Metallica e Fates Warning. Per questa top ten ho scelto il primo lp su Black Mark (la casa dei Bathory, in tutti i sensi!) ma, come per Elegy e Threshold, va ascoltato insieme al quasi contemporaneo The Secret Doctrine (entrambi del 1993). La mia preferenza va a questo solo per il valore assoluto di tre canzoni (il secondo ha però una copertina migliore e non manca di altri due memorabili episodi ma ha qualche filler di troppo): la violenta Red Moon, l’atmosferica Rumors of Rain e l’epica (non poteva essere altrimenti) Battle of Evermore. Tutte e tre sono paradigmatiche perché codificano gli aspetti più “metallici” del prog-metal: cantato pulito ma cattivo e a tratti maligno, cavalcate thrash e soprattutto atmosfere magiche/misteriose (si senta la nenia finale nella title track) che richiamano luoghi nascosti dove vivono creature sconosciute care ai Genesis e Van Der Graaf Generator più inquietanti. Come detto, i nostri si ripeteranno ad altissimi livelli con il successivo album ma purtroppo in seguito ripeteranno troppe volte la formula vincente di questi due imperdibili dischi. Attendiamo il loro annunciato ritorno anticipato dai Trail of Tears usciti alla fine del 2012.

7. Conception – Parallel minds: anche per i Conception vale il discorso dei Morgana Lefay. Autori di quattro ottimi dischi negli anni ’90, sono rimasti nell’immaginario collettivo solo come il primo gruppo di Roy Khan, poi leader dei power metallers statunitensi Kamelot. Eppure il secondo (questo di cui ci occupiamo qui) ed il terzo (In your moltitude) album sono esempi paradigmatici del progressive metal anni '90. I fraseggi chitarristici disegnano arabeschi che si integrano alla perfezione ad arrangiamenti che esaltano le tastiere e la sezione ritmica sin dall’epica opener Water confines. Chiaramente il valore aggiunto dei Conception è rappresentato dall’ugola di Roy Kahn spazia su tutto lo spettro senza problemi. Due almeno gli highlights di questo disco: la title track che velocizza la lezione dei Dream Theater e che rappresenta uno dei capolavori di tutto il genere (da manuale l’accelerazione del ritornello) e la conclusiva suite Soliloquy che alterna passaggi pacati e bucolici alla Caravan a sferzate metalliche specialmente nella parte conclusiva. Ma i Conception non si fermano alla musica ma anche nei testi presentano alcuni canoni tipici del prog metal come ad esempio l'introspezione legata alla solitudine e alla separazione dal mondo intorno dei protagonisti che non riescono a comunicare con l’altro (la title track è anche in questo senso esemplare). In your multitude sarà un sequel quasi di uguale livello complessivo ma scontenterà alcuni fan soprattutto per la mancanza di highligths memorabili. Roy Khan non riuscirà a portare nei Kamelot la vena progressiva dei Conception se non in qualche episodio (Epica e the Black Halo): attendiamo con impazienza la revoca del ritiro dalle scene di Roy Kahn per rivederlo presto in azione.

6. Edge of Sanity – Crimson: da questo disco cominciamo una rassegna di album che sono tutti di altissimo valore. Cominciamo con gli Edge of Sanity. Se Michael Akerfeldt ha contribuito a sdoganare un certo death metal presso altri ambienti, Dan Swano non solo è stato uno degli assoluti protagonisti della scena svedese ma anche uno dei musicisti death tra i primi ad inserire nel sound della propria creatura elementi diversi, proveniente proprio dalla storia del prog. Infatti, già nel fondamentale e bellissimo Purgatory Afterglow del 1994, il nostro aveva dato alla luce una lunga track come Twilight che prendeva in prestito nel break centrale gli accordi di Bitter Suite dei Marillion. Ma è con il seguente Crimson del 1996 che Swano dà libero sfogo alla sua passione per il prog. Una sola song di 40 minuti circa, un concept fantascientifico alla Rush che proietta il genere umano in una società post-apocalittica in cui l’unica salvezza è una misteriosa principessa che però sembra non adempiere la profezia, una trama musicale basata su assoli melodici e cambi repentini di ritmo/atmosfere che guida efficacemente l’ascoltatore nei meandri della storia: questi gli elementi di un disco che rimane un unicum nel panorama death metal, che ha sempre mal digerito esperimenti o tonnellate di melodia (non per niente è nato un nuovo genere, il gothic metal, per chi voleva usare/abusare della orecchiabilità in ambito death). Ovviamente, c’è il fondamentale contributo di Akerfeldt stesso nelle clean vocals che regalano ulteriori motivi per rendere questo disco un capolavoro assoluto. Gli Edge of Sanity non saranno più gli stessi dopo questo disco e ben presto si scioglieranno permettendo a Swano di diventare un apprezzato produttore. Lo stesso Swano ci riproverà con un Crimson capitolo II nel 2003 ma non riuscirà a bissare la magia, sebbene il disco sia ancora su livelli alti: un altro segno che gli anni ‘90 erano perduti per sempre.

5. Enchant - Blue print of the world: andiamo finalmente oltre oceano e troviamo un’altra band che non ha raccolto quando doveva. Gli Enchant furono infatti danneggiati anch’essi da una scarsa attività live, sebbene fossero stati costanti nelle loro uscite almeno fino al 2003, data dell’ultimo disco da studio. E mediamente alta si mantenne la qualità delle loro uscite, almeno fino al platter del 2000 (Juggling 9 or Dropping 10 con annessa bruttissima copertina). Qui per fortuna trattiamo il debut, capolavoro non solo degli Enchant ma anche di un certo neo prog anni ’90, lato metal. Gli Enchant erano non facilmente categorizzabili in quanto il gruppo proponeva una sintesi molto personale di neo prog inglese (Marillion, IQ), pomp rock americano (Styx, Kansas), Rush e un certo pop rock raffinato (Breathe) di fine anni ’80. Tale difficoltà di categorizzazione gli permise sì di affrancarsi dall’etichetta di cloni dei Dream Theater (che fu affibiata ad esempio ai Threshold o ai Conception) ma al contempo li condannò in un limbo che li danneggiò sulla lunga distanza: più leggeri dei Dream Theater e dei Fates Warning, ma più pesanti degli IQ, i nostri finirono per non essere sufficientemente apprezzati né dai metallari né dai progsters. E fu un peccato. Perché questo esordio (ma anche il secondo disco, Wounded, almeno in tre episodi) è un gioiellino. Fin dall’opener The Thirst i nostri si lanciano nella produzione cristallina che esalta chitarra e tastiera in un gioco melodico che ricorda molto gli ultimi Marillion di Fish ma al contempo strizza l’occhio alla melodia AOR. Con la successiva Catharsis le cose cominciano a diventare serissime: l’atmosfera ricorda i Rush di Signals ed in particolare la ballad Losing it, sia per quel che riguarda i testi che per quel che riguarda i suoni vintage utilizzati. Il disco riproporrà spesso suoni del tutto fuori tempo per gli anni ’90: Oasis è leggera e forse un po’ lunga ma è abbellita da fraseggi di chitarra alla Fugazi, Acquaitance nella sua introduzione fa tornare in mente le drammatiche atmosfere di Tears dei Rush sebbene prosegua come una ballad anni ’80 (ed infatti i suoni ed il testo ricordano Kayleigh); At Death’s door è invece un drammatico affresco sulla morte di un amico dipinto su strutture che ricordano ancora una volta i Rush di Signals o Grace Under Pressure; East of Eden è invece quasi genesiana nel suo incedere ma ancora tipicamente Rush nell’accelerazione finale. Quindi arrivano i due capolavori che fanno entrare di diritto questo debutto nella storia: Nighttime Sky ed Enchanted. Il primo proietta inizialmente l’ascoltatore nelle notti estive degli anni ’80 quando dominavano tastiere e voci sognanti, per poi avvolgerlo in un assolo alla Marillion (ed infatti Steve Rothery è ospite in questo brano); il secondo, incentrato su un amore con una donna bellissima e quindi impossibile invece si presenta come se i Genesis di Selling England stessero jammando con i Rush, e prosegue come solo i migliori Asia sapevano fare, regalando melodia e assoli su tempi dispari che nessuno al tempo avrebbe osato proporre. Nulla si può chiedere di più dopo questi due brani. Le ultime note dell’album svaniscono infatti nel silenzio lasciando l’ascoltatore sì incantato ma anche pervaso da una fastidiosa sensazione di nostalgia per qualcosa che ha scoperto mancargli ma che non sa definire… I temi profondi accennati in questo debut saranno approfonditi in Wounded che potremmo definire un concept sulla solitudine e sull’incapacità di crescere e sull’amore finito (Below Zero, Distractions, Fade to Gray). Come detto, gli Enchant rimarranno relegati nell’underground degli anni ’90 e di loro non si hanno notizie da troppo tempo, se non per l'entrata negli Spock's beard del talentuoso cantante Ted Leonard per l'ultima fatica in studio Brief Nocturnes and Dreamless Sleep,

4. Shadow Gallery – ST: gli americani Shadow Gallery hanno probabilmente raccolto molto meno di quanto potevano a causa della quasi nulla attività concertistica. Ed è stato da subito un peccato perché avrebbero potuto conquistare nuovi adepti che invece sono rimasti limitati ad una fascia di ascoltatori molto elitaria che hanno potuto godere delle raffinate melodie e dei meticolosi arrangiamenti solo seduti tranquillamente davanti al loro stereo. Eppure negli anni ’90 i nostri sono stati capaci di pubblicare tre dischi di assoluto valore. Per molti il terzo, Tyranny, è il migliore ma noi abbiamo scelto per ragioni affettive il debut. Uscito alla fine del 1992 ma praticamente nei negozi alla fine del 1993, perché penalizzato da una distribuzione europea non capillare, il disco è un esempio di proto progressive metal diverso dal modello Dream Theater. Le danze, in tutti i sensi, si aprono con the Dance of fools che richiama sin dall’inizio un certo pomp rock americano alla Styx e Kansas ma con un lavoro chitarristico che getta le basi per il neonato movimento prog-metal. La voce, quasi AOR, gli assoli di chitarra simili ai Boston di anni prima, i cori alla Queen e il drumming elettronico rendevano all’epoca indefinibile il genere degli Shadow Gallery. Solo i continui cambi di ritmo presenti in tutte le tracks, che richiamavano un prog sinfonico a tratti genesiano, suggerivano la commistione tra il metal e qualche altra “cosa” che prima non era presente. Il valore di questo disco è anche evidente nella massiccia immissione nella struttura delle canzoni di partiture quasi classiche che sarebbero poi diventate il marchio di fabbrica dei nostri. Tutte le tracks sono molto variegate e trascinanti: Darktown richiama addirittura gli Alan Parsons di Syrius nell’intro prima di svilupparsi con una progressione che alterna cambi di ritmo ad ariose aperture fino alla bellissima cavalcata di tastiera finale; Mystified è drammatica nel suo incedere che deve molto a Warlord e Fates Warning prima di aprirsi in rivoli melodici come fosse una suite dei Kansas; Questions at hand è tirata ed epica quanto basta per diventare un classico prog metal (anche qui i richiami ai Fates Warning di Jon Arch sono evidenti) con un grandissimo assolo gemello chitarra/tastiera (peccato sempre per la batteria campionata); Final hour è una ballad toccante che gli Shadow Gallery riprenderanno molte volte (vedi Christmas day da Tyranny); Say goodbye to the morning è forse l’unico momento più debole dell’album, a causa di una leggerezza troppo simile a certo pomp rock americano. Ma il capolavoro è dietro l’angolo: The queen of the city of ice è una suite che ben rappresenta al meglio cosa è il prog metal . Come detto all’inizio, gli Shadow Gallery si ripeteranno ancora con due grandi dischi nei ‘90s ma il debut resta un fulgido esempio di prog metal di qualità che difficilmente sarà superato.

3. Time Machine - EP + Black Jester – Diary of a blind angel + Malombra: ci concediamo qui una eccezione recensendo tre dischi in un sol colpo. La ragione è presto detta: rappresentano al meglio la nascente scena italiana prog metal degli anni ’90. Sulla scena italiana metal underground degli anni ’80 e ’90 è stato detto e scritto molto. Per coloro che fossero interessati rimandiamo ai volumi fondamentali di Gianni della Cioppa, Italian Metal Legion (Edizioni Andromeda Relix, 2005) e di Eduardo Vitolo, Sub Terra (Tsunami Edizioni, 2012). Qui ci occuperemo di questi tre gruppi perché rappresentano quasi tutto l’ampio spettro che offriva la scena italiana metal progressiva negli anni ’90: dalle influenze più metal-classicheggianti alla Yngwie Malmsteen e Dream Theater (Black Jester) a quelle più prettamente metal-progressive alla Queensryche e Fates Warning (Time Machine) a quelle dark-prog, doom ed ossianiche più tipicamente italiane alla Goblin, The Black, Paul Chain e Black Hole (Malombra) . Tutti e tre i dischi di cui vi parliamo ora sono usciti verso la fine del 1993 e sono tutti capolavori; unica differenza, la distribuzione che ricevettero nei negozi di tempo di allora e che ha segnato praticamente la vita stessa dei gruppi.
Cominciamo dai più penalizzati, i Black Jester. La loro sfortuna fu quella di incidere Diary of a Blind Angel (come anche il magnifico successore Welcome to the Moonlight Circus) per un’etichetta tedesca, la WMMS, che fallì dopo poco tempo, avendo puntato tutto (o quasi) sul prog metal che riproponeva pedissequamente la formula dei Dream Theater. Eppure i Black Jester avevano tutte le carte le diventare famosi: un eccellente chitarrista (Paolo Viani) chiaramente influenzato da Malmsteen ma con un tocco personale nell’esecuzione e nel songwriting che avrebbe a sua volta influenzato il ben più noto Luca Turilli dei Rhapsody; un eccellente tastierista (Rocco Prete); un cantante carismatico (Alex D’Este) anche se non dotato sul piano degli acuti, una mascotte tipicamente prog, il jester piangente, di marillica memoria. Certo, tutto molto fuori moda se pensiamo a tempi in cui i cantanti avevano delle camicie di flanella, scarpe da tennis o facepainting, mentre i nostri riscoprivano i merletti, ma che mescolato e frullato insieme regalava forti emozioni. Unico punto debole: una produzione a dir poco vergognosa che, specialmente in questo esordio, penalizzò tutti gli strumenti, voce compresa (sorte comune a molti gruppi italiani prog degli anni '90 come Finisterre, Prowlers, Notturno Concertante, Nova Mala Strana). Eppure tutti i brani sono esaltanti: Night Voices è un manifesto prog-metal che mischia Malmsteen e Dream Theater, the Tower and the Minstrel mescola un richiamo evidente ai Vanexa più epici ed evocativi di Night rain on the ruins a panorami prog alla Ezra Winston, Mother moon è una toccante ballad alla Another Day, Black Jester Opera è una cavalcata a metà tra pomp e classic metal alla Malmsteen con un riff che sarà spesso ripreso dai Rhapsody. Ma il disco si regge sull’eccezionale uno-due della title track e della suite Time Theater + King of eternity. La prima è un mid-tempo epico che ricorda a tratti l’andatura prog-metal cara ai Queensryche del tempo di The Warning mentre l’assoluto lirismo dell’assolo di tastiera introduce una tipica progressione che diventerà marchio di fabbrica prog-metal. La seconda è senza dubbio una delle più grandi canzoni scritte in Italia negli anni ’90: la prima parte è un concentrato di cori e tastiere evocative che introducono il tema della canzone, ancora una volta la solitudine del jester che scrive le pagine del suo diario come un re fermo nell’eternità della sua condizione, la seconda parte è invece è un assalto che mischia alla perfezione Savatage e Malmsteen con un combattimento serrato tra chitarre e tastiere. Capolavoro. Dopo l’altrettanto pregevole secondo disco i Black Jester (che contiene una grande cover di Sguardo verso il Cielo delle Orme) proveranno il tutto per tutto nel 1997 con l’oscuro The Divine Comedy diviso in 3 lunghe suite ma ormai i tempi d’oro era andati via per sempre…
Chi invece godette di un’ottima distribuzione e di una continuità invidiabile almeno fino al 1998 furono i Time Machine. Il problema della distribuzione fu infatti risolto dal leader Lorenzo Deho alla radice, fondando lui stesso una casa discografica, la Lucretia records che si occupava della distribuzione e anche della pubblicazione di dischi di genere vicino a quello dei Time Machine (il primo degli Angra). I nostri rappresentano la naturale evoluzione di quel metal italiano anni ’80 (Royal Air Force, Sabotage, ultimi Vanadium) che strizzava l’occhio al rock americano senza indulgere troppo nell’AOR. Risulta chiaro che i Time Machine, quindi, guardassero oltreoceano per dei modelli da seguire almeno inizialmente. E così fu. L’EP è il disco che avrebbero dovuto far uscire i Queensryche dopo Operation Mindcrime al posto di Empire. L’opener 753 a.c. riscopre il riff di Deliverance da The Warning e ne aggiorna le partiture con moltissimi cambi di tempo e temi diversi, assolutamente difficili da immaginare pensando che la track dura solo 6 minuti e mezzo. Eppure qui c’è tutto il prog metal presente, passato e futuro. Holy Man richiama la melodia AOR degli Elektradrive e degli ultimi Vanadium non senza aver portato per mano l’ascoltatore in territori molto lontani dal metal e più vicini al prog. Past and Future e History sono i due capolavori: il primo è Queensryche allo stato puro, molto vicina a quanto proposto dal gruppo di Seattle in Rage for Order, soltanto un po’ aggiornata al modo italiano di intendere il metal: assolo melodico e cambi di ritmo repentini che sfociano in un coro quasi gregoriano nel finale (una partitura che sarà ripresa nel successivo splendido full-length Galileo). Il secondo brano, allo stesso modo, presenta un andamento mid-tempo che ricorda nel cantato Geoff Tate d’annata 1984 (ancora The Warning). Anche se solo un EP, Project Time Scanning rimane una pietra miliare nel prog-metal italiano e non solo.
Ultimo e forse il miglior disco dei tre è l’esordio dei Malombra. Anche in questo caso il gruppo non è un parvenue della scena: Mercy, il cantante, era la mente dei Zess che non riuscirono mai a pubblicare il loro album, se non molto postumo (Et in Arcadia Ego). Con i Malombra, Mercy abbandona il doom alla Candlemass degli esordi, per proporre una personalissima miscela di dark sound influenzato da Black Widow, Jacula ed Orme con venature metal che richiamano, specialmente negli assoli di chitarra, i Mercyful Fate. Sin dal monicker (omaggio al romanzo di Fogazzaro che presentava molti elementi gotici) e dalla sinistra copertina (omaggio al disco omonimo dei Black Sabbath con una strega che ormai non fa più paura che chiede compassione) i nostri dimostrano di aver creato un’alchimia quasi perfetta. L’opener The Witch is dead è una ballata dark-prog alla Black Widow con i fiocchi, con un organo impazzito (merito di Fabio Casanova, poi autore solista) emerso direttamente dai dischi di Jacula che insegue l’ascoltatore in bui meandri; con la seguente In the Year’s shortest day rientriamo in territori metal con un doom catacombale che si trasforma in una cavalcata alla Mercyful fate per poi diventare una divagazione tastieristica omaggio alle atmosfere degli sceneggiati italiani anni ’70 come il Segno del Comando (che confronto impietoso con le fiction odierne) ed infine ritornare ad una fuga che richiama il tema di Suspiria dei gloriosi Goblin. Still life with pendulum apre il lato B (la Black Widow infatti stampò un’edizione limitata nel disco in vinile) è un altro esempio di prog-doom che richiama alcune cose dall’esordio dei napoletani Presence (band quasi gemella dei Malombra per ispirazione e bravura). Per i curiosi, il brano nella sleeve del disco è introdotto da un’inquietante lettera (vera?) in cui si tenta di stimare la durata delle oscillazioni di un uomo impiccato modellizzandolo come un pendolo composto. L’ossessiva e pesante Butcher’s love pains è forse la track più debole perché troppo debitrice dei Goblin (anche nel testo) e con un cantato di Mercy troppo sotto tono mentre il capolavoro è la conclusiva ed ossianica After the passing che ricorda Jacula e Paul Chain per il rituale iniziale ed i migliori Black Widow per il tessuto musicale (indimenticabile l’atmosfera ancestrale creata dal flauto). Il riff finale di chitarra stende un manto sinistro sull’ascoltatore in modo da farlo sentire veramente parte della processione notturna che, forse, conduce alla morte la Strega di cui si parla nel primo brano, in modo che tutto ricominci.
L’Italia avrà altri grandi gruppi che guideranno la scena prog-metal, ma molti, troppi, saranno solo derivativi e quindi condanneranno l’intera scena alla prematura dissoluzione. Black Jester, Time Machine e Malombra, restano nella storia in quanto pionieri di un sound che ha aiutato a forgiare il prog-metal italiano come genere “a parte” che ancora oggi, sebbene quasi del tutto scomparso, è in grado di regalare un alone di magia e nostalgia in chi allora c’era e ha vissuto quella splendida epopea.

2. Fates Warning – Parallels: e siamo arrivati così anche ai Fates Warning, uno dei gruppi della sacra triade. I nostri nei ’90s pubblicheranno solo 3 dischi da studio, diradati nel tempo, ma tutti eccezionali: tutte e tre (Parallels 1991, Inside Out, 1994, A pleasant shade of gray, 1997) sono assolutamente consigliati a chi comincia ad avvicinarsi a questo genere. Forse, proprio la non elevata prolificità giocherà contro i nostri, che non riusciranno mai a capitalizzare del tutto le loro grandi potenzialità. Qui abbiamo scelto di parlare di Parallels e non del concept del 1997, che è unanimemente considerato come l’apice dei nostri, perché Parallels è molto più vario ed incarna molto di più il significato di prog metal (certo è anche il primo disco dei Fates Warning che ho comprato ed ascoltato, ma questo è un altro discorso...). Cominciamo dalla copertina, che riprende il tema del precedente Perfect Simmetry, ma con una metafora ancora più chiara: il vecchio di Perfect Simmetry è ormai morente e al suo capezzale c’è una bambina, e nella pendola c’è la statuetta del precedente disco. I paralleli del titolo sono più che altro rette parallele su cui viaggiano il vecchio, la bambina e tutti i protagonisti delle tracks. A partire dall’iniziale Leave the past behind introdotta da un tipico arpeggio alla Matheos e che si apre con un tempo dispari pazzesco sostenuto dal grandissimo Mark Zonder (ex Warlord) e che prosegue con il classico mid-tempo prog metal atmosferico sostenuto da un Roy Alder in stato di grazia. Segue un classico immortale dei nostri come Life in Still Water più volte ripetuto in sede live che presenta di nuovo un mid tempo che sfocia in grandissimo assolo e ritornello. L’incomunicabilità è un pallino di Jim Matheos e Eye to Eye (primo singolo tratto dall’album) non fa altro che ricordarcelo. Musicalmente si tratta della riedizione quasi identica di Through different Eyes del precedente Perfect Simmetry ma la ricchezza di arrangiamenti e melodia non fa altro che rendere questo nuovo capitolo imperdibile. La seguente Eleventh hour è una suite notturna che richiama alla mente ancora una volta i Queensryche, questa volta quelli di The Warning: comincia lentamente e si insinua nelle pieghe intime dell’ascoltatore fino ad esplodere in un crescendo che dal vivo sfocia in un coro liberatorio da parte del pubblico, il tutto coronato da un assolo e dalle urla disperate di Alder che rievocano la Roads to Madness dei Queensryche dall’album già sopra citato. The 11th hour svanisce e comincia il lato B con il capolavoro dei Fates Warning nonché uno dei manifesti del prog metal. Point of view sintetizza un modo di intendere il metal che ormai è scomparso ma che ancora emoziona: strofa super arrangiata con arpeggio elettrico, innesto sulla base ritmica della chitarra solista nel bridge, ritornello melodico ma realmente drammatico. Il tutto era stato già codificato dai Queensrcyhe in Operation Mindcrime ma qui i Fates Warning cercano la loro strada e trovano un’alchimia che non raggiungeranno più . Capolavoro. Le seguenti We only say Goodbye e Don’t follow me sono gemelle perchè ripropongono la struttura e le variazioni di Point of View ed entrambe sono abbellite da grandissimi assoli di Matheos, specialmente la seconda. Il disco si chiude con un’altra suite notturna come The road goes on forever, una lunga ballad che chiude il cerchio idealmente riprendendo l’arpeggio iniziale di Leave the Past behind. Musicalmente Matheos ci delizia con un arpeggio malinconico che diventerà il suo marchio di fabbrica ma che qui ricorda molto qualcosa dei Sanctuary del secondo disco. Il disco si chiude così tristemente come richiesto dalla copertina e dal tema. Se possibile i nostri saranno ancor più depressivi nel futuro ma Parallels rimarrà il disco che, insieme ad Operation Mindcrime, maggiormente codificherà il prog metal in generale, sia dal punto di vista dei testi che delle trame musicali.

1. Dream Theater – Images And Words: cosa dire di questo disco che ancora non si è detto? L’anno scorso sono trascorsi 20 anni dall’uscita di questo capolavoro. In America pare fosse uscito tra Marzo e Luglio, in Italia arrivò molto dopo l’estate e per questo motivo porta con sé, almeno per chi scrive, i sapori dell’autunno. Abbiamo già detto in quale periodo è uscito questo disco e cosa esso significhi per il metal e per il prog sin dalla splendida copertina. La portata di questo disco è tale che subito dopo, agli inizi del 1993, comparve tra gli scaffali quasi per miracolo il debutto When dream and day unite che fino ad allora in Italia si poteva trovare solo di importazione giapponese (anche io ho la mia brava copia con tanto di obi!) . Quello che inoltre non si dice spesso nelle review su questo disco è che esso regalava agli ascoltatori metal di quel periodo una sorta di asilo musicale in cui ascoltare un miscuglio ardito della recente (al tempo) scomparsa melodia pomp-AOR, della da tempo deceduta ariosità prog, il tutto condito da maestria tecnica non limitata ad un solo strumento (alla Malmsteen o alla Giuffria o alla Primus) ma a tutti gli strumenti in campo : e così abbiamo Pull me Under con il suo storico accordo iniziale di Petrucci che definisce, con quell’innovativo mid tempo a metà tra AOR e Classic metal, uno standard con cui tutti i futuri gruppi prog metal si dovranno confrontare. Another day, arricchita da un sassofono evocativo è pura poesia che aggiorna le power ballads tanto popolari negli anni ‘80 pur senza scadere nel patetico come Nothing Else Matter dei Metallica. Take the Time è un continuo inseguirsi di ritmi dispari indiavolati che vengono costantemente stoppati e fatti di nuovo ripartire con l’assolo che diventerà marchio inconfondibile di Petrucci. Surrounded è un omaggio ai Marilllion dell’ultimo Fish di Sugar Mice. Metropolis può benissimo alternarsi a Pull me Under per definire IL prog metal perchè racchiude in sé per la prima volta Crimson Glory, Warlord e Fates Warning. Under a glass moon, con il suo storico assolo liquido centrale che fa ancora scuola, aggiorna la lezione dei Queensryche di operation con innesti AOR e prog alla Yes e Rush. Wait for sleep è la ballad perfetta nella sua semplicità mente Learning to live con la sua drammaticità ricorda un pò le cose migliori degli Emerson Lake e Palmer e degli Yes. I nostri confermarono il talento dell'esordio negli anni a venire: il cupo Awake, l’album del 1994, è di un soffio al di sotto di IAW solo perché c’è qualche raro minuto di caduta di tono; A change of Seasons, del 1995 è un altro gioiellino che da solo vale la discografia di molti gruppi. È vero che i nostri caddero (in tutti i sensi) nel 1997 con Falling into Infinity, ma è anche vero che quel disco era il risultato di richieste irricevibili della loro etichetta. Ed infatti il secondo capolavoro, Scenes from a Memory, è rinviato solo di 2 anni. Sebbene forse addirittura superiore, Metropoli part II però non riesce a soppiantare l’amore viscerale di molti per questo secondo disco, forse solo perché IAW uscì al momento giusto al posto giusto. Ormai quel mondo non esiste e forse nemmeno chi lo insegue ha ancora velleità di tornare indietro… resta dunque il ricordo che però si trasforma in leggenda e quindi in mito che diventa patrimonio condiviso di tutto coloro che amano la buona musica.
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MessaggioInviato: 30 Lug 2013 09:40:16    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: 31 Lug 2013 12:26:23    Oggetto:  Re: Prog Metal
Descrizione: Seconda puntata della storia del Prog Metal di Italo
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montag ha scritto:
1991 - 1999: il decennio d'oro del Prog Metal

E questa esplosione di creatività ebbe ripercussioni positive anche sul new prog, veramente mal ridotto dopo la separazione dei Marillion da Fish. Dal 1993 in poi gruppi come IQ, Pendragon capirono che c'era un pubblico del tutto nuovo pronto ad accogliere le loro proposte: Ever e Subterranea degli IQ rimangono dei best-seller nella discografia del gruppo, come anche The Window of Life (1993) e The Masquerade Overture (1996) per i Pendragon. Ed anche i Marillion ritornarono a pubblicare grandi dischi come Brave (1994) o This Strange Engine (1997). Questo non sarebbe mai accaduto senza i Dream Theater che rinsaldarono il legame tra metalheads e progsters, animati, come agli inizi degli anni '80 (ricordiamo le copertine di Kerrang con Fish, ad esempio il numero 2Cool, contro un mainstream music business che cercava di estrometterli e che nonostante tutti gli sforzi mediatici non ci riuscì.


Prima di un referaggio puntuale, vorrei discutere con l'autore e con quanti volessero di queste ultime righe dell'introduzione.

Non sono d'accordo sul fatto che iQ,Marillion e Pendragon, grazie all'esperienza dei DT e co, abbiano cambiato rotta.
Che ci sia stato un cambiamento di rotta è evidente, ma lo è stato a mio giudizio solo a causa del fallito tentativo di commercializzare il loro messaggio musicale (i Marillion con Holidays in Eden, iQ con Are you sitting comfortably?, i Pendragon con Kowtow), insomma visto il fallimento si torna a fare quello che i vecchi fan amavano e chiedevano ai concerti, almeno cercando di "recuperare" tutti i delusi del tempo.

Piuttosto, in gruppi come Porcupine Three, Pendragon degli anni 2000, Arena ci sono poi dei chiari riferimenti al progmetal e un chiaro tentativo di allargamento dei followers. Non ti pare?


Non credo che un Brave o un Ever abbiano avuto un certo seguito nelle file del "metallaro" classico (non di quelli illuminati da due stelle (prog e meta) come te).
Mentre forse un In Absentia, possa essere giudicato con molto più interesse da parte del pubblico metallaro... Ne hai notizia?

Insomma questa chiusa la riscriverei dando più risalto alla convinzione "personale", alla tua visione di quanto successo, più che ad un fatto assodato come sembra sia scritto.
Insomma un "a mio parere" da qualche parte ci deve essere scritto: è vero che il pezzo è firmato da un autore, ma non sempre il lettore è in grado di distinguere le conclusioni personali, da realtà consolidate dalla letteratura (sto citando un mio vecchio referaggio ... quello del mio primo articolo... le parole erano più o meno le stesse, riguardo però argomenti scientifici, faceva tutt'altro effetto!).

Altro commento a latere.

Oramai la struttura è quella dettata dal primo articolo, ma spero che in futuro si perda questa "fissa" dei migliori 10 album o delle liste e listerelle: siamo cresciuti cerchiamo di ragionare su quanto ascoltato (e in questo, per me, l'introduzione è già bastevole ed esaustiva) più che fornire l'elenco per il niubbo di turno... vanno pure bene ma semmai con altro rilievo e in altro luogo (sul sito).

Montag
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MessaggioInviato: 31 Lug 2013 14:56:14    Oggetto:  Re: Prog Metal
Descrizione: Seconda puntata della storia del Prog Metal di Italo
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montag ha scritto:

Prima di un referaggio puntuale, vorrei discutere con l'autore e con quanti volessero di queste ultime righe dell'introduzione.

Non sono d'accordo sul fatto che iQ,Marillion e Pendragon, grazie all'esperienza dei DT e co, abbiano cambiato rotta.
Che ci sia stato un cambiamento di rotta è evidente, ma lo è stato a mio giudizio solo a causa del fallito tentativo di commercializzare il loro messaggio musicale (i Marillion con Holidays in Eden, iQ con Are you sitting comfortably?, i Pendragon con Kowtow), insomma visto il fallimento si torna a fare quello che i vecchi fan amavano e chiedevano ai concerti, almeno cercando di "recuperare" tutti i delusi del tempo.

Piuttosto, in gruppi come Porcupine Three, Pendragon degli anni 2000, Arena ci sono poi dei chiari riferimenti al progmetal e un chiaro tentativo di allargamento dei followers. Non ti pare?



Sicuramente "In Absentia" è più appetibile al pubblico prog metal di Brave. Mi riferivo al fatto che il successo dei DT fece scoprire in molti casi la vecchia guardia anni '80. Esempio: su Metal Shock nel 1993 uscì la prima vera retrospettiva sul prog metal in italia e lì c'erano citati i Marillion ed i Pallas, mi pare anche IQ.

montag ha scritto:


Non credo che un Brave o un Ever abbiano avuto un certo seguito nelle file del "metallaro" classico (non di quelli illuminati da due stelle (prog e meta) come te).



Ecco questo non lo so con precisione. Da esperienza personale di Demos Ever era venduto anche tra i metallari, ovviamente meno Brave

montag ha scritto:


Mentre forse un In Absentia, possa essere giudicato con molto più interesse da parte del pubblico metallaro... Ne hai notizia?



Come detto sopra, d'accordo con te, ma i tempi di In Absentia erano ben diversi, ed ormai il termine prog metal stesso stava cambiando nei 2000 (pensa all'evoluzione-involuzione dei Pain of Salvation)

montag ha scritto:

Insomma questa chiusa la riscriverei dando più risalto alla convinzione "personale", alla tua visione di quanto successo, più che ad un fatto assodato come sembra sia scritto.
Insomma un "a mio parere" da qualche parte ci deve essere scritto: è vero che il pezzo è firmato da un autore, ma non sempre il lettore è in grado di distinguere le conclusioni personali, da realtà consolidate dalla letteratura (sto citando un mio vecchio referaggio ... quello del mio primo articolo... le parole erano più o meno le stesse, riguardo però argomenti scientifici, faceva tutt'altro effetto!).




Ok, cerco di rifrasare!

montag ha scritto:


Altro commento a latere.

Oramai la struttura è quella dettata dal primo articolo, ma spero che in futuro si perda questa "fissa" dei migliori 10 album o delle liste e listerelle: siamo cresciuti cerchiamo di ragionare su quanto ascoltato (e in questo, per me, l'introduzione è già bastevole ed esaustiva) più che fornire l'elenco per il niubbo di turno... vanno pure bene ma semmai con altro rilievo e in altro luogo (sul sito).

Montag


Effettivamente stavo pensando pure io che fosse un pò "stupida" la top 10, specialmente per gli anni '90 anche perchè mancano e mancheranno sempre grandissimi dischi. Per me possiamo cambiare leggermente la struttura, giustificando il cambiamento proprio con il fatto che stiamo parlando del decennio d'oro. Alternativa: stringere moltissimo le descrizioni..
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MessaggioInviato: 05 Ago 2013 11:50:23    Oggetto:  Re: Prog Metal
Descrizione: Seconda puntata della storia del Prog Metal di Italo
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montag ha scritto:
1991 - 1999: il decennio d'oro del Prog Metal

Introduzione
Nel capitolo precedente abbiamo visto come il 1992

Abbiamo già accennato, nel numero precedente, come il 1992
sia stato l'anno in cui il metal uscì definitivamente dalla scena musicale mainstream lasciando il posto al grunge e all'alternative rock. La traversata nel deserto, che avrebbe avuto termine solo alla fine del decennio, con la crisi dell'industria discografica tutta, era cominciata. In pratica, improvvisamente, molte bands (nomi inglesi, in italiano il plurale non viene coniugato, non potresti usare l'italianissimo gruppi?) di hard rock/AOR e thrash (i generi che avevano dominato l'ultima parte degli anni '80) si trovarono senza il supporto delle loro etichette (clamoroso il caso dei Warrant, numero uno USA nel 1989) o magari con dischi ultimati ma mai pubblicati perché ritenuti "fuori moda" o fuori tempo massimo (il misterioso secondo album degli Alias, o il terzo disco dei Bad English per restare in ambito AOR). Eppure, solo un anno prima, nessuno avrebbe potuto profetizzare questo scenario. Il 1991 sarà, infatti, ricordato come uno degli anni di maggiore popolarità del metal. Basti pensare che gli Iron Maiden furono il al numero 1 in UK a cavallo tra Natale 90 e Capodanno 91 (2 settimane al vertice!) con la commerciale Bring your Daughter to the Slaughter, mentre, nel giro di 2 mesi, da giugno ad agosto, esordirono direttamente al numero 1 (!) della classifica di vendita di Billboard in USA i Van Halen di For Unknowful Carnal Knowledge, gli Skid Row di Slave to the grind e i Metallica del Black Album.


E' proprio quest'ultimo disco, però, che in un certo senso preconizza (è proprio brutto preconizza... e che è... sembra un atto sessuale contro natura... Razz) sancisce la morte del metal così come conosciuto fino ad allora. I Metallica godevano di un credito crescente dopo un disco come .. And Justice for all che, seppur ostico e mal prodotto, aveva trainato il loro primo singolo con video (la famosa One) verso la Top 40 statunitense nel marzo del 1989 ed anche questo era stato un evento straordinario per un gruppo che aveva sempre rifiutato di commercializzarsi, almeno fino ad allora. L'attesa per il loro nuovo album fu alimentata ad arte dai media fino al fatidico Agosto 1991 in cui uscì il singolo Enter Sandman: dopo che anche le più provinciali delle radio italiane lo elessero a singolo della settimana, tutto fu più chiaro. Il thrash era morto e con lui molti altri sotto generi del metal.


Infatti, i Metallica dopo aver giocato a rallentare il thrash scoprirono, grazie alla magistrale produzione di Bob Rock, che era possibile proporre un suono aggressivo e "cattivo" ma allo stesso tempo pulito e "laccato". Insomma, le cavalcate metalliche dei tempi di Ride the Lightning cominciarono ad essere scarnificate, semplificate, fino a diventare mid-tempos anthemici (Enter Sandman, Sad but true) che in qualche caso si rallentavano ulteriormente fino ad arrivare ad un punto in cui le melodie tipiche delle power ballads Hard Rock/AOR si mescolavano acusticamente con un cantato robusto e vellutato (Nothing else matters, The unforgiven). In pratica quello che sarebbe stato riconosciuto in seguito come un ibrido innovativo ed influente per il rock mainstream in generale condensava in sé tutto il "meglio" di quanto proposto dal metal negli anni '80.

Di conseguenza tutto il resto sembrò, dalla sera alla mattina, vecchio. Parallelamente, anche i Guns & Roses arrivavano, da strade diverse, praticamente allo stesso punto ammorbidendo il sound stradaiolo di Appetite for Destruction con il pretenzioso doppio Use your Illusion che sarebbe stato il canto del cigno dello stesso gruppo. Sia i Metallica che i Guns & Roses incarnano l'apice e la caduta dell'impero del metal. Per uno scherzo del destino, Nevermind dei Nirvana uscì appena una settimana dopo i due Use you illusion: tutti questi tre dischi seppelliscono il metal e danno i natali all'ultimo movimento nell'ambito del rock in grado di unire e rappresentare una generazione intera.

Ma sotto le ceneri qualcosa covava…
Come detto nella prima parte, il prog metal tentò di andare contro questa tendenza semplificatrice nel rock mainstream che si sarebbe affermata negli anni '90. Il techno-thrash alla Wathctower o Sieges Even però era troppo cervellotico e poco attraente per il vasto pubblico. I primi a comprenderlo furono ovviamente i soliti Voivoid che già con Nothingface (1989) aveva smussato gli angoli iper-tecnici presenti in Dimension Hatross o Killing Technolgoy: proprio nel 1991 pubblicano, infatti, il controverso Angel Rat che rappresenta, anche in questo caso, l'abdicazione del movimento techno-thrash nella lotta per la sopravvivenza. Con canzoni brevi, cantato meno psichedelico e sfuriate thrash degli esordi del tutto assenti, i Voivod tentarono la via del successo giocando di nuovo la carta dell'innovazione a tutti costi, per giunta non per forza commerciale. Angel rat voleva essere infatti un grande disco rock, non più metal, non più thrash, non più progressivo, ma mancava essenzialmente di buone canzoni. I Voivod, probabilmente, furono anche bruciati sul tempo dai Metallica (Angel rat uscì a Novembre Nota:Ti riferisci a black album? non mi è chiaro) ma dalla loro non avevano né un produttore innovativo come Bob Rock e nemmeno un songwriting adatto allo scopo. Insomma la direzione presa dai Voivod non era quella giusta ed il movimento techno thrash si trovò senza più una guida e si smarrì.

[Attenzione, qui (da Mentre a La chiave di sopravvivenza... forse questo pezzo lo sposterei alla chiave di sopravvivenza...) ti perdi un po', vuoi introdurre i nuovi nomi, ma ritorni a parlare dei fallimenti... non so se mi spiego, se no, chiedi che ne parliamo a voce] Mentre un'intera legione si smarriva, in punta di piedi, altri protagonisti degli anni '80 cominciarono a prendere maggiore consapevolezza di sé partendo dalla considerazione che non si potevano combattere i Metallica né tantomeno i Guns N' Roses sul loro stesso piano.
Questa velleità aveva infatti impoverito e depresso il panorama metal di allora, spingendo perfino i Megadeth di Rust in Peace a pubblicare il loro Black Album (Countdown to Extinction) che rimane però un'eccezione, vista l'evidente ispirazione di Mustaine e soci che li portò molto vicino al colpaccio del numero 1 in USA. Gli altri big invece caddero con album davvero imbarazzanti:


Scriverei così:

L'intenzione di combattere i Metallica e i Guns N' Roses sul loro stesso piano non fece altro che impoverire e deprimere il panorama metal di allora. Escludendo il caso eccezionale dei Megadeth
di Rust in Peace che pubblicano il loro Black Album (Countdown to Extinction) grazie all'evidente ispirazione di Mustaine e soci che li portò molto vicino al colpaccio del numero 1 in USA,
gli altri big caddero con album davvero imbarazzanti:


i Faith No More sfornavano un controverso e molto pop Angel Dust, i Manowar si avvitavano su se stessi con The Triumph of Steel, i Black Sabbath si appesantivano inutilmente con Dehumanizer, i Testament scadevano con il goffo The Ritual, gli Iron Maiden pubblicavano un ultimo disco con Dickinson solamente discreto come Fear of the Dark.

Mentre un'intera legione si smarriva, in punta di piedi, altri protagonisti degli anni '80 cominciarono a prendere maggiore consapevolezza di sé partendo dalla considerazione che non si potevano combattere i Metallica né tantomeno i Guns N' Roses sul loro stesso piano. (Spostato, semmai da eliminare la parte del combattimento a metallica ecc.)

Era questo il panorama che il prog metal scosse con i suoi capolavori. (lo eliminerei)

La chiave della sopravvivenza fu quella di poter offrire ai metal heads (agli amanti del genere? uff sti termini inglesi) ma anche a tanti rockers (come prima con patate) maturi orfani della buona musica ciò che le mega-produzioni non potevano offrire più: musiche capaci di evocare stati d'animo complessi, ma allo stesso tempo in grado di catturare l'ascoltatore anche al primo ascolto.
Si erano già mossi su questa linea i Queensryche di Empire nel 1990 riuscendo ad ottenere nella primavera del 1991 un top ten con la Pinkfloydiana Silent Lucidity. Il tour in cui i 5 cinque di Seattlle si imbarcarono riportò all'attenzione del pubblico anche Operation Mindcrime (esguito nella sua interezza) e da quel momento il prog metal trovò la sua vera strada. Il 1991, infatti, vide la pubblicazione di Parallels dei Fates warning la cui influenza non tardò a farsi sentire e nel marzo dell'anno successivo, in un silenzio ancor più assordante, uscì Images and Words dei Dream Theater. Tutto ciò che venne dopo è storia.

Il metal, anche se deliberatamente tenuto lontano dalla ribalta mediatica, cominciò ad espandersi come un fiume sotterraneo dell'underground. Il prog ed il power metal negli anni '90 furono due delle quattro colonne fondanti (le altre due furono il death ed il black metal) che ressero l'onda d'urto dell'alternative e del grunge e che ci permettono ancora oggi di parlare di metal. Nell'ambito del prog metal, sarebbe impossibile citare tutti i gruppi che seguirono le orme dei padri fondatori Fates warning, Queensryche, Dream Theater e Crimson Glory. Non tutti lo fecero con la dovuta originalità o capacità, anzi spesso la cifra stilistica di molti gruppi fu ridotta a semplice riproposizione di un canone stabilito ed immutabile. Ciononostante, fu esaltante vivere un periodo di due-tre anni in cui ogni mese spuntava fuori un gruppo in grado di attirare l'attenzione sin dalla copertina evocativa (confrontate ad esempio la copertina di Supremacy degli Elegy o di Awake dei Dream Theater con quella di Vs. dei Pearl Jam) e pubblicare un nuovo capolavoro del genere.

E questa esplosione di creatività, a mio giudizio, ebbe ripercussioni positive anche sul new prog, veramente mal ridotto dopo la separazione dei Marillion da Fish. Dal 1993 in poi gruppi come IQ, Pendragon capirono che c'era un pubblico del tutto nuovo pronto ad accogliere le loro proposte: Ever e Subterranea degli IQ rimangono dei best-seller nella discografia del gruppo, come anche The Window of Life (1993) e The Masquerade Overture (1996) per i Pendragon. Ed anche i Marillion ritornarono a pubblicare grandi dischi come Brave (1994) o This Strange Engine (1997). Questo non sarebbe mai accaduto senza i Dream Theater che rinsaldarono il legame tra metalheads e progsters, animati, come agli inizi degli anni '80 (ricordiamo le copertine di Kerrang con Fish, ad esempio il numero 2Cool, contro un mainstream music business (AAARGGGGGG, che dolore... ) che cercava di estrometterli e che nonostante tutti gli sforzi mediatici non ci riuscì.

(Nota, ecco quello che intendo io, nel parlare di un genere, attraverso casi emblematici e che ti fanno comprendere il momento storico/musicale. Complimenti, finalmente non solo una sfilza di nomi - che servono - ma anche descrizioni a supporto di una analisi... spero nel continuo... e nel rimaneggiamento del finale come già detto in altro post.)


Dieci dischi per capire il prog metal anni '90

[Non sono sicuro che questo schema delle schede, delle top10 sia quello più efficace. Tanto è vero che questi 10, sono in realtà staccati dal pezzo iniziale, visto che non aggiungono nulla al pezzo, tranne la descrizione/recensione di 10 dischi. Ora come ora direi di lasciare questo schema, nei prossimi lavori auspico che i 10 dischi vengano incorporati nella narrazione in modo che finalmente ci si liberi da certi stilemi ormai desueti: se si vuole la recensione può essere mantenuta nella forma così com'è ma nella sezione Recensioni, o direttamente nel sito, sul giornale mi piacerebbe mantenere distinte le due cose (analisi/recensione).
]


10. Elegy – Labyrinth of dreams: uscito nel 1993 proponeva sin dalla bellissima copertina e dall’opener (E d'alle con l'inglese inutile) Grand Chance un modo di intendere il metal che andava oltre gli anni ’80: chitarre assolutamente (toglierei) pulite, assoli melodici che accompagnavano un cantato high-pitched (Che significa, forse se lo scrivessi in italiano capirei...) (del grande e sottovalutato Eduard Hovinga) ed una sezione ritmica arricchita da tappeti tastieristici quasi sinfonici. Gli Elegy però erano molto più che Helloween con la tastiera, rappresentano una delle prime risposte europee ai Dream Theater e per almeno tre album (grandissimo il secondo, intitolato non a caso Supremacy) tenteranno di tener testa ai colleghi più blasonati. Purtroppo non riuscirono a ripetersi a grandi livelli sul finire degli anni ’90 e questa fu la loro fine. Tutto il disco è comunque un concentrato di melodia e tecnica che contribuiscono a canonizzare il genere, ad esempio per quel che riguarda come scrivere una ballad prog-metal: la title track, infatti, resta un gioiellino insuperato che migliaia di epigoni hanno seguito nel futuro. Un disco da riscoprire!

9. Threshold - Wounded land: recentemente ristampato con l’aggiunta di svariate bonus tracks che non si comprende come mai furono estromesse dalla tracklist del cd originale, questo disco uscì anch’esso nel 1993 poco prima del debutto degli Elegy. Gli inglesi, dalla loro, però (toglierei) avevano in più una delle vecchie conoscenze del panorama neo prog, quel Karl Groom che aveva partecipato al progetto Strangers on a Train e agli Shadowland. E (non mi piace l'E dopo il punto...) questa presenza gli varrà i 20 anni di carriera che l’anno scorso sono stati coronati da un grande album come March of Progress. L’ altro asso nella manica è però il cantante di questo esordio, il carismatico Damian Wilson (ex Landmarq), che canta anche nell’ultima release. Il segreto dei Threshold è aver mantenuto un livello medio-alto per tutta la loro carriera. Chiaramente, questo esordio ed il successivo (forse ancora migliore, intitolato Psychedelicatessen) sono i punti più alti perché figli dell’epoca. Anche qui ci sono almeno due episodi che aiutano a standardizzare il prog-metal: la cadenzata Sanity’s end che mischia alla grande assoli di tastiera alla Marillion a soluzioni ritmiche di matrice tipicamente hard rock e la veloce e tirata Paradox che rivendica con il suo trionfo di tastiere e assoli la matrice melodica del prog metal ma allo stesso tempo, con il finale tirato, la matrice metal del genere. Tutto il disco è godibilissimo e se ascoltato con il successore in sequenza può dare una idea di massima di cosa sia il prog metal a chi non vuole ascoltare i DT. Anche questo da riscoprire!

8. Morgana Lefay - Knowing Just As I: sono rimasto sorpreso di come i Morgana Lefay siano rimasti quasi un segreto nel mondo prog metal e più in generale metal, sebbene abbiano dato alle stampe parecchi buoni album negli anni ’90 (cinque, senza contare il debutto autoprodotto del 1990). Eppure la loro proposta era di altissimo valore: un personalissimo mix di Savatage, Metallica e Fates Warning. Per questa top ten ho scelto il primo lp su Black Mark (la casa dei Bathory, in tutti i sensi!) ma, come per Elegy e Threshold, va ascoltato insieme al quasi contemporaneo The Secret Doctrine (entrambi del 1993). La mia preferenza va a questo solo per il valore assoluto di tre canzoni (il secondo ha però una copertina migliore e non manca di altri due memorabili episodi ma ha qualche filler di troppo): la violenta Red Moon, l’atmosferica Rumors of Rain e l’epica (non poteva essere altrimenti) Battle of Evermore. Tutte e tre sono paradigmatiche perché codificano gli aspetti più “metallici” del prog-metal: cantato pulito ma cattivo e a tratti maligno, cavalcate thrash e soprattutto atmosfere magiche/misteriose (si senta la nenia finale nella title track) che richiamano luoghi nascosti dove vivono creature sconosciute care ai Genesis e Van Der Graaf Generator più inquietanti. Come detto, i nostri si ripeteranno ad altissimi livelli con il successivo album ma purtroppo in seguito ripeteranno troppe volte la formula vincente di questi due imperdibili dischi. Attendiamo il loro annunciato ritorno anticipato dai Trail of Tears usciti alla fine del 2012.

7. Conception – Parallel minds: anche per i Conception vale il discorso dei Morgana Lefay. Autori di quattro ottimi dischi negli anni ’90, sono rimasti nell’immaginario collettivo solo come il primo gruppo di Roy Khan, poi leader dei power metallers statunitensi Kamelot. Eppure il secondo (questo di cui ci occupiamo qui) ed il terzo (In your moltitude) album sono esempi paradigmatici del progressive metal anni '90. I fraseggi chitarristici disegnano arabeschi che si integrano alla perfezione ad arrangiamenti che esaltano le tastiere e la sezione ritmica sin dall’epica opener Water confines. Chiaramente il valore aggiunto dei Conception è rappresentato dall’ugola di Roy Kahn spazia su tutto lo spettro senza problemi. Due almeno gli highlights di questo disco: la title track che velocizza la lezione dei Dream Theater e che rappresenta uno dei capolavori di tutto il genere (da manuale l’accelerazione del ritornello) e la conclusiva suite Soliloquy che alterna passaggi pacati e bucolici alla Caravan a sferzate metalliche specialmente nella parte conclusiva. Ma i Conception non si fermano alla musica ma anche nei testi presentano alcuni canoni tipici del prog metal come ad esempio l'introspezione legata alla solitudine e alla separazione dal mondo intorno dei protagonisti che non riescono a comunicare con l’altro (la title track è anche in questo senso esemplare). In your multitude sarà un sequel quasi di uguale livello complessivo ma scontenterà alcuni fan soprattutto per la mancanza di highligths memorabili. Roy Khan non riuscirà a portare nei Kamelot la vena progressiva dei Conception se non in qualche episodio (Epica e the Black Halo): attendiamo con impazienza la revoca del ritiro dalle scene di Roy Kahn per rivederlo presto in azione.

6. Edge of Sanity – Crimson: da questo disco cominciamo una rassegna di album che sono tutti di altissimo valore. Cominciamo con gli Edge of Sanity. Se Michael Akerfeldt ha contribuito a sdoganare un certo death metal presso altri ambienti, Dan Swano non solo è stato uno degli assoluti protagonisti della scena svedese ma anche uno dei musicisti death tra i primi ad inserire nel sound della propria creatura elementi diversi, proveniente proprio dalla storia del prog. Infatti, già nel fondamentale e bellissimo Purgatory Afterglow del 1994, il nostro aveva dato alla luce una lunga track come Twilight che prendeva in prestito nel break centrale gli accordi di Bitter Suite dei Marillion. Ma è con il seguente Crimson del 1996 che Swano dà libero sfogo alla sua passione per il prog. Una sola song di 40 minuti circa, un concept fantascientifico alla Rush che proietta il genere umano in una società post-apocalittica in cui l’unica salvezza è una misteriosa principessa che però sembra non adempiere la profezia, una trama musicale basata su assoli melodici e cambi repentini di ritmo/atmosfere che guida efficacemente l’ascoltatore nei meandri della storia: questi gli elementi di un disco che rimane un unicum nel panorama death metal, che ha sempre mal digerito esperimenti o tonnellate di melodia (non per niente è nato un nuovo genere, il gothic metal, per chi voleva usare/abusare della orecchiabilità in ambito death). Ovviamente, c’è il fondamentale contributo di Akerfeldt stesso nelle clean vocals che regalano ulteriori motivi per rendere questo disco un capolavoro assoluto. Gli Edge of Sanity non saranno più gli stessi dopo questo disco e ben presto si scioglieranno permettendo a Swano di diventare un apprezzato produttore. Lo stesso Swano ci riproverà con un Crimson capitolo II nel 2003 ma non riuscirà a bissare la magia, sebbene il disco sia ancora su livelli alti: un altro segno che gli anni ‘90 erano perduti per sempre.

5. Enchant - Blue print of the world: andiamo finalmente oltre oceano e troviamo un’altra band che non ha raccolto quando doveva. Gli Enchant furono infatti danneggiati anch’essi da una scarsa attività live, sebbene fossero stati costanti nelle loro uscite almeno fino al 2003, data dell’ultimo disco da studio. E mediamente alta si mantenne la qualità delle loro uscite, almeno fino al platter del 2000 (Juggling 9 or Dropping 10 con annessa bruttissima copertina). Qui per fortuna trattiamo il debut, capolavoro non solo degli Enchant ma anche di un certo neo prog anni ’90, lato metal. Gli Enchant erano non facilmente categorizzabili in quanto il gruppo proponeva una sintesi molto personale di neo prog inglese (Marillion, IQ), pomp rock americano (Styx, Kansas), Rush e un certo pop rock raffinato (Breathe) di fine anni ’80. Tale difficoltà di categorizzazione gli permise sì di affrancarsi dall’etichetta di cloni dei Dream Theater (che fu affibiata ad esempio ai Threshold o ai Conception) ma al contempo li condannò in un limbo che li danneggiò sulla lunga distanza: più leggeri dei Dream Theater e dei Fates Warning, ma più pesanti degli IQ, i nostri finirono per non essere sufficientemente apprezzati né dai metallari né dai progsters. E fu un peccato. Perché questo esordio (ma anche il secondo disco, Wounded, almeno in tre episodi) è un gioiellino. Fin dall’opener The Thirst i nostri si lanciano nella produzione cristallina che esalta chitarra e tastiera in un gioco melodico che ricorda molto gli ultimi Marillion di Fish ma al contempo strizza l’occhio alla melodia AOR. Con la successiva Catharsis le cose cominciano a diventare serissime: l’atmosfera ricorda i Rush di Signals ed in particolare la ballad Losing it, sia per quel che riguarda i testi che per quel che riguarda i suoni vintage utilizzati. Il disco riproporrà spesso suoni del tutto fuori tempo per gli anni ’90: Oasis è leggera e forse un po’ lunga ma è abbellita da fraseggi di chitarra alla Fugazi, Acquaitance nella sua introduzione fa tornare in mente le drammatiche atmosfere di Tears dei Rush sebbene prosegua come una ballad anni ’80 (ed infatti i suoni ed il testo ricordano Kayleigh); At Death’s door è invece un drammatico affresco sulla morte di un amico dipinto su strutture che ricordano ancora una volta i Rush di Signals o Grace Under Pressure; East of Eden è invece quasi genesiana nel suo incedere ma ancora tipicamente Rush nell’accelerazione finale. Quindi arrivano i due capolavori che fanno entrare di diritto questo debutto nella storia: Nighttime Sky ed Enchanted. Il primo proietta inizialmente l’ascoltatore nelle notti estive degli anni ’80 quando dominavano tastiere e voci sognanti, per poi avvolgerlo in un assolo alla Marillion (ed infatti Steve Rothery è ospite in questo brano); il secondo, incentrato su un amore con una donna bellissima e quindi impossibile invece si presenta come se i Genesis di Selling England stessero jammando con i Rush, e prosegue come solo i migliori Asia sapevano fare, regalando melodia e assoli su tempi dispari che nessuno al tempo avrebbe osato proporre. Nulla si può chiedere di più dopo questi due brani. Le ultime note dell’album svaniscono infatti nel silenzio lasciando l’ascoltatore sì incantato ma anche pervaso da una fastidiosa sensazione di nostalgia per qualcosa che ha scoperto mancargli ma che non sa definire… I temi profondi accennati in questo debut saranno approfonditi in Wounded che potremmo definire un concept sulla solitudine e sull’incapacità di crescere e sull’amore finito (Below Zero, Distractions, Fade to Gray). Come detto, gli Enchant rimarranno relegati nell’underground degli anni ’90 e di loro non si hanno notizie da troppo tempo, se non per l'entrata negli Spock's beard del talentuoso cantante Ted Leonard per l'ultima fatica in studio Brief Nocturnes and Dreamless Sleep,

4. Shadow Gallery – ST: gli americani Shadow Gallery hanno probabilmente raccolto molto meno di quanto potevano a causa della quasi nulla attività concertistica. Ed è stato da subito un peccato perché avrebbero potuto conquistare nuovi adepti che invece sono rimasti limitati ad una fascia di ascoltatori molto elitaria che hanno potuto godere delle raffinate melodie e dei meticolosi arrangiamenti solo seduti tranquillamente davanti al loro stereo. Eppure negli anni ’90 i nostri sono stati capaci di pubblicare tre dischi di assoluto valore. Per molti il terzo, Tyranny, è il migliore ma noi abbiamo scelto per ragioni affettive il debut. Uscito alla fine del 1992 ma praticamente nei negozi alla fine del 1993, perché penalizzato da una distribuzione europea non capillare, il disco è un esempio di proto progressive metal diverso dal modello Dream Theater. Le danze, in tutti i sensi, si aprono con the Dance of fools che richiama sin dall’inizio un certo pomp rock americano alla Styx e Kansas ma con un lavoro chitarristico che getta le basi per il neonato movimento prog-metal. La voce, quasi AOR, gli assoli di chitarra simili ai Boston di anni prima, i cori alla Queen e il drumming elettronico rendevano all’epoca indefinibile il genere degli Shadow Gallery. Solo i continui cambi di ritmo presenti in tutte le tracks, che richiamavano un prog sinfonico a tratti genesiano, suggerivano la commistione tra il metal e qualche altra “cosa” che prima non era presente. Il valore di questo disco è anche evidente nella massiccia immissione nella struttura delle canzoni di partiture quasi classiche che sarebbero poi diventate il marchio di fabbrica dei nostri. Tutte le tracks sono molto variegate e trascinanti: Darktown richiama addirittura gli Alan Parsons di Syrius nell’intro prima di svilupparsi con una progressione che alterna cambi di ritmo ad ariose aperture fino alla bellissima cavalcata di tastiera finale; Mystified è drammatica nel suo incedere che deve molto a Warlord e Fates Warning prima di aprirsi in rivoli melodici come fosse una suite dei Kansas; Questions at hand è tirata ed epica quanto basta per diventare un classico prog metal (anche qui i richiami ai Fates Warning di Jon Arch sono evidenti) con un grandissimo assolo gemello chitarra/tastiera (peccato sempre per la batteria campionata); Final hour è una ballad toccante che gli Shadow Gallery riprenderanno molte volte (vedi Christmas day da Tyranny); Say goodbye to the morning è forse l’unico momento più debole dell’album, a causa di una leggerezza troppo simile a certo pomp rock americano. Ma il capolavoro è dietro l’angolo: The queen of the city of ice è una suite che ben rappresenta al meglio cosa è il prog metal . Come detto all’inizio, gli Shadow Gallery si ripeteranno ancora con due grandi dischi nei ‘90s ma il debut resta un fulgido esempio di prog metal di qualità che difficilmente sarà superato.

3. Time Machine - EP + Black Jester – Diary of a blind angel + Malombra: ci concediamo qui una eccezione recensendo tre dischi in un sol colpo. La ragione è presto detta: rappresentano al meglio la nascente scena italiana prog metal degli anni ’90. Sulla scena italiana metal underground degli anni ’80 e ’90 è stato detto e scritto molto. Per coloro che fossero interessati rimandiamo ai volumi fondamentali di Gianni della Cioppa, Italian Metal Legion (Edizioni Andromeda Relix, 2005) e di Eduardo Vitolo, Sub Terra (Tsunami Edizioni, 2012). Qui ci occuperemo di questi tre gruppi perché rappresentano quasi tutto l’ampio spettro che offriva la scena italiana metal progressiva negli anni ’90: dalle influenze più metal-classicheggianti alla Yngwie Malmsteen e Dream Theater (Black Jester) a quelle più prettamente metal-progressive alla Queensryche e Fates Warning (Time Machine) a quelle dark-prog, doom ed ossianiche più tipicamente italiane alla Goblin, The Black, Paul Chain e Black Hole (Malombra) . Tutti e tre i dischi di cui vi parliamo ora sono usciti verso la fine del 1993 e sono tutti capolavori; unica differenza, la distribuzione che ricevettero nei negozi di tempo di allora e che ha segnato praticamente la vita stessa dei gruppi.
Cominciamo dai più penalizzati, i Black Jester. La loro sfortuna fu quella di incidere Diary of a Blind Angel (come anche il magnifico successore Welcome to the Moonlight Circus) per un’etichetta tedesca, la WMMS, che fallì dopo poco tempo, avendo puntato tutto (o quasi) sul prog metal che riproponeva pedissequamente la formula dei Dream Theater. Eppure i Black Jester avevano tutte le carte le diventare famosi: un eccellente chitarrista (Paolo Viani) chiaramente influenzato da Malmsteen ma con un tocco personale nell’esecuzione e nel songwriting che avrebbe a sua volta influenzato il ben più noto Luca Turilli dei Rhapsody; un eccellente tastierista (Rocco Prete); un cantante carismatico (Alex D’Este) anche se non dotato sul piano degli acuti, una mascotte tipicamente prog, il jester piangente, di marillica memoria. Certo, tutto molto fuori moda se pensiamo a tempi in cui i cantanti avevano delle camicie di flanella, scarpe da tennis o facepainting, mentre i nostri riscoprivano i merletti, ma che mescolato e frullato insieme regalava forti emozioni. Unico punto debole: una produzione a dir poco vergognosa che, specialmente in questo esordio, penalizzò tutti gli strumenti, voce compresa (sorte comune a molti gruppi italiani prog degli anni '90 come Finisterre, Prowlers, Notturno Concertante, Nova Mala Strana). Eppure tutti i brani sono esaltanti: Night Voices è un manifesto prog-metal che mischia Malmsteen e Dream Theater, the Tower and the Minstrel mescola un richiamo evidente ai Vanexa più epici ed evocativi di Night rain on the ruins a panorami prog alla Ezra Winston, Mother moon è una toccante ballad alla Another Day, Black Jester Opera è una cavalcata a metà tra pomp e classic metal alla Malmsteen con un riff che sarà spesso ripreso dai Rhapsody. Ma il disco si regge sull’eccezionale uno-due della title track e della suite Time Theater + King of eternity. La prima è un mid-tempo epico che ricorda a tratti l’andatura prog-metal cara ai Queensryche del tempo di The Warning mentre l’assoluto lirismo dell’assolo di tastiera introduce una tipica progressione che diventerà marchio di fabbrica prog-metal. La seconda è senza dubbio una delle più grandi canzoni scritte in Italia negli anni ’90: la prima parte è un concentrato di cori e tastiere evocative che introducono il tema della canzone, ancora una volta la solitudine del jester che scrive le pagine del suo diario come un re fermo nell’eternità della sua condizione, la seconda parte è invece è un assalto che mischia alla perfezione Savatage e Malmsteen con un combattimento serrato tra chitarre e tastiere. Capolavoro. Dopo l’altrettanto pregevole secondo disco i Black Jester (che contiene una grande cover di Sguardo verso il Cielo delle Orme) proveranno il tutto per tutto nel 1997 con l’oscuro The Divine Comedy diviso in 3 lunghe suite ma ormai i tempi d’oro era andati via per sempre…
Chi invece godette di un’ottima distribuzione e di una continuità invidiabile almeno fino al 1998 furono i Time Machine. Il problema della distribuzione fu infatti risolto dal leader Lorenzo Deho alla radice, fondando lui stesso una casa discografica, la Lucretia records che si occupava della distribuzione e anche della pubblicazione di dischi di genere vicino a quello dei Time Machine (il primo degli Angra). I nostri rappresentano la naturale evoluzione di quel metal italiano anni ’80 (Royal Air Force, Sabotage, ultimi Vanadium) che strizzava l’occhio al rock americano senza indulgere troppo nell’AOR. Risulta chiaro che i Time Machine, quindi, guardassero oltreoceano per dei modelli da seguire almeno inizialmente. E così fu. L’EP è il disco che avrebbero dovuto far uscire i Queensryche dopo Operation Mindcrime al posto di Empire. L’opener 753 a.c. riscopre il riff di Deliverance da The Warning e ne aggiorna le partiture con moltissimi cambi di tempo e temi diversi, assolutamente difficili da immaginare pensando che la track dura solo 6 minuti e mezzo. Eppure qui c’è tutto il prog metal presente, passato e futuro. Holy Man richiama la melodia AOR degli Elektradrive e degli ultimi Vanadium non senza aver portato per mano l’ascoltatore in territori molto lontani dal metal e più vicini al prog. Past and Future e History sono i due capolavori: il primo è Queensryche allo stato puro, molto vicina a quanto proposto dal gruppo di Seattle in Rage for Order, soltanto un po’ aggiornata al modo italiano di intendere il metal: assolo melodico e cambi di ritmo repentini che sfociano in un coro quasi gregoriano nel finale (una partitura che sarà ripresa nel successivo splendido full-length Galileo). Il secondo brano, allo stesso modo, presenta un andamento mid-tempo che ricorda nel cantato Geoff Tate d’annata 1984 (ancora The Warning). Anche se solo un EP, Project Time Scanning rimane una pietra miliare nel prog-metal italiano e non solo.
Ultimo e forse il miglior disco dei tre è l’esordio dei Malombra. Anche in questo caso il gruppo non è un parvenue della scena: Mercy, il cantante, era la mente dei Zess che non riuscirono mai a pubblicare il loro album, se non molto postumo (Et in Arcadia Ego). Con i Malombra, Mercy abbandona il doom alla Candlemass degli esordi, per proporre una personalissima miscela di dark sound influenzato da Black Widow, Jacula ed Orme con venature metal che richiamano, specialmente negli assoli di chitarra, i Mercyful Fate. Sin dal monicker (omaggio al romanzo di Fogazzaro che presentava molti elementi gotici) e dalla sinistra copertina (omaggio al disco omonimo dei Black Sabbath con una strega che ormai non fa più paura che chiede compassione) i nostri dimostrano di aver creato un’alchimia quasi perfetta. L’opener The Witch is dead è una ballata dark-prog alla Black Widow con i fiocchi, con un organo impazzito (merito di Fabio Casanova, poi autore solista) emerso direttamente dai dischi di Jacula che insegue l’ascoltatore in bui meandri; con la seguente In the Year’s shortest day rientriamo in territori metal con un doom catacombale che si trasforma in una cavalcata alla Mercyful fate per poi diventare una divagazione tastieristica omaggio alle atmosfere degli sceneggiati italiani anni ’70 come il Segno del Comando (che confronto impietoso con le fiction odierne) ed infine ritornare ad una fuga che richiama il tema di Suspiria dei gloriosi Goblin. Still life with pendulum apre il lato B (la Black Widow infatti stampò un’edizione limitata nel disco in vinile) è un altro esempio di prog-doom che richiama alcune cose dall’esordio dei napoletani Presence (band quasi gemella dei Malombra per ispirazione e bravura). Per i curiosi, il brano nella sleeve del disco è introdotto da un’inquietante lettera (vera?) in cui si tenta di stimare la durata delle oscillazioni di un uomo impiccato modellizzandolo come un pendolo composto. L’ossessiva e pesante Butcher’s love pains è forse la track più debole perché troppo debitrice dei Goblin (anche nel testo) e con un cantato di Mercy troppo sotto tono mentre il capolavoro è la conclusiva ed ossianica After the passing che ricorda Jacula e Paul Chain per il rituale iniziale ed i migliori Black Widow per il tessuto musicale (indimenticabile l’atmosfera ancestrale creata dal flauto). Il riff finale di chitarra stende un manto sinistro sull’ascoltatore in modo da farlo sentire veramente parte della processione notturna che, forse, conduce alla morte la Strega di cui si parla nel primo brano, in modo che tutto ricominci.
L’Italia avrà altri grandi gruppi che guideranno la scena prog-metal, ma molti, troppi, saranno solo derivativi e quindi condanneranno l’intera scena alla prematura dissoluzione. Black Jester, Time Machine e Malombra, restano nella storia in quanto pionieri di un sound che ha aiutato a forgiare il prog-metal italiano come genere “a parte” che ancora oggi, sebbene quasi del tutto scomparso, è in grado di regalare un alone di magia e nostalgia in chi allora c’era e ha vissuto quella splendida epopea.

2. Fates Warning – Parallels: e siamo arrivati così anche ai Fates Warning, uno dei gruppi della sacra triade. I nostri nei ’90s pubblicheranno solo 3 dischi da studio, diradati nel tempo, ma tutti eccezionali: tutte e tre (Parallels 1991, Inside Out, 1994, A pleasant shade of gray, 1997) sono assolutamente consigliati a chi comincia ad avvicinarsi a questo genere. Forse, proprio la non elevata prolificità giocherà contro i nostri, che non riusciranno mai a capitalizzare del tutto le loro grandi potenzialità. Qui abbiamo scelto di parlare di Parallels e non del concept del 1997, che è unanimemente considerato come l’apice dei nostri, perché Parallels è molto più vario ed incarna molto di più il significato di prog metal (certo è anche il primo disco dei Fates Warning che ho comprato ed ascoltato, ma questo è un altro discorso...). Cominciamo dalla copertina, che riprende il tema del precedente Perfect Simmetry, ma con una metafora ancora più chiara: il vecchio di Perfect Simmetry è ormai morente e al suo capezzale c’è una bambina, e nella pendola c’è la statuetta del precedente disco. I paralleli del titolo sono più che altro rette parallele su cui viaggiano il vecchio, la bambina e tutti i protagonisti delle tracks. A partire dall’iniziale Leave the past behind introdotta da un tipico arpeggio alla Matheos e che si apre con un tempo dispari pazzesco sostenuto dal grandissimo Mark Zonder (ex Warlord) e che prosegue con il classico mid-tempo prog metal atmosferico sostenuto da un Roy Alder in stato di grazia. Segue un classico immortale dei nostri come Life in Still Water più volte ripetuto in sede live che presenta di nuovo un mid tempo che sfocia in grandissimo assolo e ritornello. L’incomunicabilità è un pallino di Jim Matheos e Eye to Eye (primo singolo tratto dall’album) non fa altro che ricordarcelo. Musicalmente si tratta della riedizione quasi identica di Through different Eyes del precedente Perfect Simmetry ma la ricchezza di arrangiamenti e melodia non fa altro che rendere questo nuovo capitolo imperdibile. La seguente Eleventh hour è una suite notturna che richiama alla mente ancora una volta i Queensryche, questa volta quelli di The Warning: comincia lentamente e si insinua nelle pieghe intime dell’ascoltatore fino ad esplodere in un crescendo che dal vivo sfocia in un coro liberatorio da parte del pubblico, il tutto coronato da un assolo e dalle urla disperate di Alder che rievocano la Roads to Madness dei Queensryche dall’album già sopra citato. The 11th hour svanisce e comincia il lato B con il capolavoro dei Fates Warning nonché uno dei manifesti del prog metal. Point of view sintetizza un modo di intendere il metal che ormai è scomparso ma che ancora emoziona: strofa super arrangiata con arpeggio elettrico, innesto sulla base ritmica della chitarra solista nel bridge, ritornello melodico ma realmente drammatico. Il tutto era stato già codificato dai Queensrcyhe in Operation Mindcrime ma qui i Fates Warning cercano la loro strada e trovano un’alchimia che non raggiungeranno più . Capolavoro. Le seguenti We only say Goodbye e Don’t follow me sono gemelle perchè ripropongono la struttura e le variazioni di Point of View ed entrambe sono abbellite da grandissimi assoli di Matheos, specialmente la seconda. Il disco si chiude con un’altra suite notturna come The road goes on forever, una lunga ballad che chiude il cerchio idealmente riprendendo l’arpeggio iniziale di Leave the Past behind. Musicalmente Matheos ci delizia con un arpeggio malinconico che diventerà il suo marchio di fabbrica ma che qui ricorda molto qualcosa dei Sanctuary del secondo disco. Il disco si chiude così tristemente come richiesto dalla copertina e dal tema. Se possibile i nostri saranno ancor più depressivi nel futuro ma Parallels rimarrà il disco che, insieme ad Operation Mindcrime, maggiormente codificherà il prog metal in generale, sia dal punto di vista dei testi che delle trame musicali.

1. Dream Theater – Images And Words: cosa dire di questo disco che ancora non si è detto? L’anno scorso sono trascorsi 20 anni dall’uscita di questo capolavoro. In America pare fosse uscito tra Marzo e Luglio, in Italia arrivò molto dopo l’estate e per questo motivo porta con sé, almeno per chi scrive, i sapori dell’autunno. Abbiamo già detto in quale periodo è uscito questo disco e cosa esso significhi per il metal e per il prog sin dalla splendida copertina. La portata di questo disco è tale che subito dopo, agli inizi del 1993, comparve tra gli scaffali quasi per miracolo il debutto When dream and day unite che fino ad allora in Italia si poteva trovare solo di importazione giapponese (anche io ho la mia brava copia con tanto di obi!) . Quello che inoltre non si dice spesso nelle review su questo disco è che esso regalava agli ascoltatori metal di quel periodo una sorta di asilo musicale in cui ascoltare un miscuglio ardito della recente (al tempo) scomparsa melodia pomp-AOR, della da tempo deceduta ariosità prog, il tutto condito da maestria tecnica non limitata ad un solo strumento (alla Malmsteen o alla Giuffria o alla Primus) ma a tutti gli strumenti in campo : e così abbiamo Pull me Under con il suo storico accordo iniziale di Petrucci che definisce, con quell’innovativo mid tempo a metà tra AOR e Classic metal, uno standard con cui tutti i futuri gruppi prog metal si dovranno confrontare. Another day, arricchita da un sassofono evocativo è pura poesia che aggiorna le power ballads tanto popolari negli anni ‘80 pur senza scadere nel patetico come Nothing Else Matter dei Metallica. Take the Time è un continuo inseguirsi di ritmi dispari indiavolati che vengono costantemente stoppati e fatti di nuovo ripartire con l’assolo che diventerà marchio inconfondibile di Petrucci. Surrounded è un omaggio ai Marilllion dell’ultimo Fish di Sugar Mice. Metropolis può benissimo alternarsi a Pull me Under per definire IL prog metal perchè racchiude in sé per la prima volta Crimson Glory, Warlord e Fates Warning. Under a glass moon, con il suo storico assolo liquido centrale che fa ancora scuola, aggiorna la lezione dei Queensryche di operation con innesti AOR e prog alla Yes e Rush. Wait for sleep è la ballad perfetta nella sua semplicità mente Learning to live con la sua drammaticità ricorda un pò le cose migliori degli Emerson Lake e Palmer e degli Yes. I nostri confermarono il talento dell'esordio negli anni a venire: il cupo Awake, l’album del 1994, è di un soffio al di sotto di IAW solo perché c’è qualche raro minuto di caduta di tono; A change of Seasons, del 1995 è un altro gioiellino che da solo vale la discografia di molti gruppi. È vero che i nostri caddero (in tutti i sensi) nel 1997 con Falling into Infinity, ma è anche vero che quel disco era il risultato di richieste irricevibili della loro etichetta. Ed infatti il secondo capolavoro, Scenes from a Memory, è rinviato solo di 2 anni. Sebbene forse addirittura superiore, Metropoli part II però non riesce a soppiantare l’amore viscerale di molti per questo secondo disco, forse solo perché IAW uscì al momento giusto al posto giusto. Ormai quel mondo non esiste e forse nemmeno chi lo insegue ha ancora velleità di tornare indietro… resta dunque il ricordo che però si trasforma in leggenda e quindi in mito che diventa patrimonio condiviso di tutto coloro che amano la buona musica.

Ho smesso di leggere le recensioni per due motivi: 1) non aggiungono molto 2) a volte non sono descrittivi degli album 3) si tratta della mera correzione dell'italiano, cosa che rimando a quando impagino e come ultimo step dopo che tutti hanno fatto il loro referaggio. Ripeto ho letto solo le prime tre recensioni, le altre non sono controllate, fate maggiore attenzione quindi...





Ecco il mio referaggio. Italo aggiorna al più presto in modo che poi Peppe e Francesco possano mettere mano anche loro.

Montag
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Ringrazio Silvio per il referaggio e le correzioni che condivido. Però, visto che ho cominciato ad impaginare e capisco finalmente la fatica materiale e spirituale, ritengo sia più utile avere un file word con le revisioni, perchè il copia incolla a pezzi diventa molto pesante Confused
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Italo ha scritto:
Ringrazio Silvio per il referaggio e le correzioni che condivido. Però, visto che ho cominciato ad impaginare e capisco finalmente la fatica materiale e spirituale, ritengo sia più utile avere un file word con le revisioni, perchè il copia incolla a pezzi diventa molto pesante Confused


Caro Italo, se fai copia e incolla su un file word, della parte quotata e referata, su un documento word, ottieni quello che vuoi, il processo mantiene anche la formattazione.

Preferire evitare il "passaggio" a file word da correggere: già così il processo sta diventando lentissimo, figuriamoci con complicazioni ulteriori.

Quindi ti prego di mettere in questa sezione la tua nuova versione, raccogliere i commenti e impacchettarti il nuovo file doc.
Non è impossibile.

Inoltre colgo l'occasione per spronare gli autori a mettere il prima possibile le versioni con il referaggio accolto, in modo che anche gli altri possano referare l'articolo: se non ci si "muove" per ottobre non riusciamo ad uscire.

In altro post, metterò la deadline per il materiale del numero uno.

Scusate la durezza, ma qui qualcuno che striglia e sprona deve esserci altrimenti non si fa nulla....

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MessaggioInviato: 19 Ago 2013 16:58:33    Oggetto:  
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Premesso che per me il prog metal non è prog, i dischi citati dei Black Jester e Time Machine sono tra i dischi più brutti che abbia mai sentito...
Non sono esperto in materia, ma Evil Wings, Garden Wall e Sieges Even dovrebbero essere citati
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Italo

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MessaggioInviato: 21 Ago 2013 20:21:51    Oggetto:  
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montag ha scritto:
Italo ha scritto:
Ringrazio Silvio per il referaggio e le correzioni che condivido. Però, visto che ho cominciato ad impaginare e capisco finalmente la fatica materiale e spirituale, ritengo sia più utile avere un file word con le revisioni, perchè il copia incolla a pezzi diventa molto pesante Confused


Caro Italo, se fai copia e incolla su un file word, della parte quotata e referata, su un documento word, ottieni quello che vuoi, il processo mantiene anche la formattazione.

Preferire evitare il "passaggio" a file word da correggere: già così il processo sta diventando lentissimo, figuriamoci con complicazioni ulteriori.

Quindi ti prego di mettere in questa sezione la tua nuova versione, raccogliere i commenti e impacchettarti il nuovo file doc.
Non è impossibile.

Inoltre colgo l'occasione per spronare gli autori a mettere il prima possibile le versioni con il referaggio accolto, in modo che anche gli altri possano referare l'articolo: se non ci si "muove" per ottobre non riusciamo ad uscire.

In altro post, metterò la deadline per il materiale del numero uno.

Scusate la durezza, ma qui qualcuno che striglia e sprona deve esserci altrimenti non si fa nulla....

Montag


Va bene, ci proverò, appena raccolgo tutti gli altri commenti
Ciao
Italo
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MessaggioInviato: 21 Ago 2013 20:30:39    Oggetto:  
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bungle77 ha scritto:
Premesso che per me il prog metal non è prog, i dischi citati dei Black Jester e Time Machine sono tra i dischi più brutti che abbia mai sentito...
Non sono esperto in materia, ma Evil Wings, Garden Wall e Sieges Even dovrebbero essere citati

Effettivamente i gruppi italiani prog metal che hanno fatto uscire ottime cose sono stati tanti. Il primo degli Evil Wings è sicuramente in una top 10, i Garden Wall mi sembravano un pò leggeri (più prog, appunto). La micro-scena italiana prog metal avrà un box lungo a parte nel mio articolo. Ovviamente è molto diversa dal quella prog, il cui approfondimento lascio volentieri a Peppe
I Sieges Even li ho messi nella top 10 degli anni '80. A sense of change del 92 è molto bello, come anche quello del 95 (Sophisticated) ma appunto ho preferito mettere anche altri gruppi. Poi ce ne sarebbero veramente tanti tanti tanti altri (super speciale?). Quelli che ho messo sono solo mie preferenze, ovviamente. Time Machine e Black Jester sono stati molto influenti nella scena italiana, specialmente i primi.
Ciao
Italo
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MessaggioInviato: 23 Ago 2013 13:05:20    Oggetto:  
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Italo ha scritto:


Va bene, ci proverò, appena raccolgo tutti gli altri commenti
Ciao
Italo


Da questa risposta capisco che non sono stato chiaro.
Ovviamente la mia è una proposta, se la trovare troppo tortuosa proponiamone un' altra,
ma la mia idea di referaggio è questa:

1) L'autore mette l'articolo da esaminare in questa sezione.
2) Uno dei referee si prende carico di commentare e correggere (anche eventuali sviste di punteggiatura e di italiano) lo scritto.
3) L'autore fa una nuova versione con quelle correzioni e con i commenti accettati (si può ovviamente non essere d'accordo con il referee su qualche modifica).
4) Un altro referee legge la nuova versione e fa ulteriori commenti/correzioni ritornando di fatto al punto 2 (anche per eliminare eventuali NUOVI errori nella stesura della nuova versione).

Tutto finisce quando si hanno avuto almeno TRE di questi passaggi.

Ovviamente un ulteriore referee può asserire che non ha nulla da commentare e che non trova errori di grammatica o sviste varie, in questo caso il pezzo può andare in stampa anche così com'è.

Nel tuo caso, come quello di peppe, invece, hai avuto un referaggio che modifica quanto fatto, sarebbe quindi opportuno che tu producessi il prima possibile la nuova versione, in modo che Francesco o Peppe, può visionare il nuovo lavoro e dare il proprio contributo.

Tutto questo per evitare confusione con le correzioni del primo e secondo ed eventuale terzo referaggio.

Sottolineo che questo del referaggio è un diritto/dovere di chi ha intenzione di stare in redazione, altrimenti il giornale non ha nulla di nuovo rispetto al sito e perde di fatto di interesse da parte del sottoscritto.

Qualora non fossi stato chiaro, chiedi/ete.

Montag
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MessaggioInviato: 01 Set 2013 09:19:28    Oggetto:  
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montag ha scritto:


Da questa risposta capisco che non sono stato chiaro.
Ovviamente la mia è una proposta, se la trovare troppo tortuosa proponiamone un' altra,
ma la mia idea di referaggio è questa:

1) L'autore mette l'articolo da esaminare in questa sezione.
2) Uno dei referee si prende carico di commentare e correggere (anche eventuali sviste di punteggiatura e di italiano) lo scritto.
3) L'autore fa una nuova versione con quelle correzioni e con i commenti accettati (si può ovviamente non essere d'accordo con il referee su qualche modifica).
4) Un altro referee legge la nuova versione e fa ulteriori commenti/correzioni ritornando di fatto al punto 2 (anche per eliminare eventuali NUOVI errori nella stesura della nuova versione).

Tutto finisce quando si hanno avuto almeno TRE di questi passaggi.

Ovviamente un ulteriore referee può asserire che non ha nulla da commentare e che non trova errori di grammatica o sviste varie, in questo caso il pezzo può andare in stampa anche così com'è.

Nel tuo caso, come quello di peppe, invece, hai avuto un referaggio che modifica quanto fatto, sarebbe quindi opportuno che tu producessi il prima possibile la nuova versione, in modo che Francesco o Peppe, può visionare il nuovo lavoro e dare il proprio contributo.

Tutto questo per evitare confusione con le correzioni del primo e secondo ed eventuale terzo referaggio.

Sottolineo che questo del referaggio è un diritto/dovere di chi ha intenzione di stare in redazione, altrimenti il giornale non ha nulla di nuovo rispetto al sito e perde di fatto di interesse da parte del sottoscritto.

Qualora non fossi stato chiaro, chiedi/ete.

Montag


Caro direttore,
continuo a pensare che un referaggio debba essere fatto come nei giornali

1) l'autore manda l'articolo al direttore (word of pdf)
2) il direttore lo smista a chi crede sia il referee con competenze nell'area specifica
3) il referee rimanda al direttore la versione commentata (word o pdf)
4) il direttore ri-smista all'autore
5) si torna al punto 1) chiudendo al secondo giro

Continuo a pensare che il forum sia dispersivo e che non permetta una buona lettura e ritarda i tempi. Per il numero scorso è stato tutto molto più lineare e quindi credo sia utile tornare a quelle modalità

Un caro saluto

Italo
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MessaggioInviato: 02 Set 2013 12:24:55    Oggetto:  
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Italo ha scritto:


Caro direttore,
continuo a pensare che un referaggio debba essere fatto come nei giornali

1) l'autore manda l'articolo al direttore (word of pdf)
2) il direttore lo smista a chi crede sia il referee con competenze nell'area specifica
3) il referee rimanda al direttore la versione commentata (word o pdf)
4) il direttore ri-smista all'autore
5) si torna al punto 1) chiudendo al secondo giro

Continuo a pensare che il forum sia dispersivo e che non permetta una buona lettura e ritarda i tempi. Per il numero scorso è stato tutto molto più lineare e quindi credo sia utile tornare a quelle modalità

Un caro saluto

Italo


Va bene, possiamo tornare all'uso dell'e-mail.
Allora appena puoi, mi manderesti la versione con le modifiche suggerite dal mio intervento, in modo che possa inviarle a Peppe e poi a Francesco?

Anche gli altri sono d'accordo a tornare alla forma e-mail per il referaggio?

Fatemi sapere e fatevi sentire, sicuramente bisogna fare qualcosa, in quanto non è possibile attendere così tanto tempo tra un intervento e l'altro a miglioramento di quanto scritto.

Cortesemente fate sapere a tutti la vostra opinione/idea.

Montag
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MessaggioInviato: 09 Set 2013 16:50:28    Oggetto:  Nuova versione prog metal
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montag ha scritto:

Va bene, possiamo tornare all'uso dell'e-mail.
Allora appena puoi, mi manderesti la versione con le modifiche suggerite dal mio intervento, in modo che possa inviarle a Peppe e poi a Francesco?

Anche gli altri sono d'accordo a tornare alla forma e-mail per il referaggio?

Fatemi sapere e fatevi sentire, sicuramente bisogna fare qualcosa, in quanto non è possibile attendere così tanto tempo tra un intervento e l'altro a miglioramento di quanto scritto.

Cortesemente fate sapere a tutti la vostra opinione/idea.

Montag


Nel frattempo che ci si decida, io rimetto qui la mia ultima versione, sperando che si legga e aggiungo anche il word. Ha accettato tutte le correzioni. Buona lettura. P.S. box significa un riquadro nella pagina a sinistra con il testo indicato. Scusate gli inglesismi e misprinting vari


1991 - 1999: il decennio d'oro del Prog Metal


Introduzione

Abbiamo già accennato, nel numero precedente, come il 1992 sia stato l'anno in cui il metal uscì definitivamente dalla scena musicale mainstream lasciando il posto al grunge e all'alternative rock. La traversata nel deserto, che avrebbe avuto termine solo alla fine del decennio, con la crisi dell'industria discografica tutta, era cominciata. In pratica, improvvisamente, molti gruppi di hard rock/AOR e thrash (i generi che avevano dominato l'ultima parte degli anni '80) si trovarono senza il supporto delle loro etichette (clamoroso il caso dei Warrant, numero uno USA nel 1989) o magari con dischi ultimati ma mai pubblicati perché ritenuti "fuori moda" o fuori tempo massimo (il misterioso secondo album degli Alias, o il terzo disco dei Bad English per restare in ambito AOR). Eppure, solo un anno prima, nessuno avrebbe potuto profetizzare questo scenario. Il 1991 sarà, infatti, ricordato come uno degli anni di maggiore popolarità del metal. Basti pensare che gli Iron Maiden arrivarono fino al numero 1 in UK a cavallo tra Natale 90 e Capodanno 91 (2 settimane al vertice!) con la commerciale Bring your Daughter to the Slaughter, mentre, nel giro di 2 mesi, da giugno ad agosto, esordirono direttamente al numero 1 (!) della classifica di vendita di Billboard in USA i Van Halen di For Unknowful Carnal Knowledge, gli Skid Row di Slave to the grind e i Metallica del Black Album.
E' proprio quest'ultimo disco, però, che in un certo senso sancisce la morte del metal così come conosciuto fino ad allora. I Metallica godevano di un credito crescente dopo un disco come .. And Justice for all che, seppur ostico e mal prodotto, aveva trainato il loro primo singolo con video (la famosa One) verso la Top 40 statunitense nel marzo del 1989 ed anche questo era stato un evento straordinario per un gruppo che aveva sempre rifiutato di commercializzarsi, almeno fino ad allora. L'attesa per il loro nuovo album fu alimentata ad arte dai media fino al fatidico Agosto 1991 in cui uscì il singolo Enter Sandman: dopo che anche le più provinciali delle radio italiane lo elessero a singolo della settimana, tutto fu più chiaro. Il thrash era morto e con lui molti altri sotto generi del metal.
Infatti, i Metallica dopo aver giocato a rallentare il thrash scoprirono, grazie alla magistrale ed innovativa produzione di Bob Rock (simile all’opera certosina di Terry Date per i Pantera di Cowboys from hell), che era possibile proporre un suono aggressivo e "cattivo" ma allo stesso tempo pulito e "laccato". Insomma, le cavalcate metalliche dei tempi di Ride the Lightning cominciarono ad essere scarnificate, semplificate, fino a diventare mid-tempos anthemici (Enter Sandman, Sad but true) che in qualche caso si rallentavano ulteriormente fino ad arrivare ad un punto in cui le melodie tipiche delle power ballads Hard Rock/AOR si mescolavano acusticamente con un cantato robusto e vellutato (Nothing else matters, The unforgiven). In pratica quello che sarebbe stato riconosciuto in seguito come un ibrido innovativo ed influente per il rock mainstream in generale condensava in sé tutto il "meglio" di quanto proposto dal metal negli anni '80.
Di conseguenza tutto il resto sembrò, dalla sera alla mattina, vecchio. Parallelamente, anche i Guns & Roses arrivavano, da strade diverse, praticamente allo stesso punto ammorbidendo il sound stradaiolo di Appetite for Destruction con il pretenzioso doppio Use your Illusion che sarebbe stato il canto del cigno dello stesso gruppo. Sia i Metallica che i Guns & Roses incarnano l'apice e la caduta dell'impero del metal. Per uno scherzo del destino, Nevermind dei Nirvana uscì appena una settimana dopo i due Use you illusion: tutti questi tre dischi seppelliscono il metal e danno i natali all'ultimo movimento nell'ambito del rock in grado di unire e rappresentare una generazione intera.

Ma sotto le ceneri qualcosa covava…

Come argomentato nella prima parte, una frangia minoritaria di gruppi metal tentava di andare contro questa tendenza semplificatrice nel rock mainstream che si sarebbe affermata negli anni '90. Il techno-thrash alla Watchtower o Sieges Even però era troppo cervellotico e poco attraente per il vasto pubblico. I primi a comprenderlo furono ovviamente i soliti Voivod che già con Nothingface (1989) avevano smussato gli angoli iper-tecnici presenti in Dimension Hatross o Killing Technolgoy: proprio nel 1991 pubblicano, infatti, il controverso Angel Rat che rappresenta l’abdicazione del movimento techno-thrash nella lotta per la sopravvivenza nel nuovo mondo metal. Con canzoni brevi, cantato meno psichedelico e sfuriate thrash degli esordi del tutto assenti, i Voivod tentarono la via del successo giocando di nuovo la carta dell'innovazione a tutti costi, per giunta non per forza commerciale. Angel Rat voleva essere infatti un grande disco rock, non più metal, non più thrash, non più progressivo, ma mancava essenzialmente di buone canzoni. I Voivod, probabilmente, furono anche bruciati sul tempo dai Metallica del Black Album (Angel Rat uscì a Novembre) ma dalla loro non avevano né un produttore innovativo come Bob Rock né un songwriting adatto allo scopo. Insomma la direzione presa dai Voivod non era quella giusta ed il movimento techno thrash si trovò senza più una guida e si smarrì.

Non fu così per gli altri gruppi che avevano dato vita alla prima ondata del prog metal negli anni ’80 e che avrebbero lasciato una maggiore impronta sul genere. La chiave della loro sopravvivenza fu quella di poter offrire a tanti ascoltatori “maturi” ciò che le mega-produzioni alla Metallica o Guns & Roses non potevano offrire più: musiche capaci di evocare stati d'animo complessi, ma allo stesso tempo in grado di catturare l'ascoltatore anche al primo ascolto.

Si erano già mossi su questa linea i Queensryche di Empire nel 1990 riuscendo ad ottenere nella primavera del 1991 un top ten in USA con la Pinkfloydiana Silent Lucidity. Il tour in cui i 5 cinque di Seattle si imbarcarono riportò all'attenzione del pubblico anche Operation Mindcrime (esguito nella sua interezza) e da quel momento il prog metal trovò la sua vera strada. Il 1991, infatti, vide la pubblicazione di Parallels dei Fates Warning la cui influenza non tardò a farsi sentire quando nel marzo dell'anno successivo, in un silenzio ancor più assordante, uscì Images and Words dei Dream Theater. Tutto ciò che venne dopo è storia.

Il metal, anche se deliberatamente tenuto lontano dalla ribalta mediatica, cominciò ad espandersi come un fiume sotterraneo dell'underground. Il prog ed il power metal negli anni '90 furono due delle quattro colonne fondanti (le altre due furono il death ed il black metal) che ressero l'onda d'urto dell'alternative e del grunge e che ci permettono ancora oggi di parlare di metal. Nell'ambito del prog metal, sarebbe impossibile citare tutti i gruppi che seguirono le orme dei padri fondatori Fates Warning, Queensryche, Dream Theater e Crimson Glory. Non tutti lo fecero con la dovuta originalità o capacità, anzi spesso la cifra stilistica di molti gruppi fu ridotta a semplice riproposizione di un canone stabilito ed immutabile. Ciononostante, fu esaltante vivere un periodo di due-tre anni in cui ogni mese spuntava fuori un gruppo in grado di attirare l'attenzione sin dalla copertina evocativa (confrontate ad esempio la copertina di Supremacy degli Elegy o di Awake dei Dream Theater con gli orrori “bestiali” di Vs. dei Pearl Jam o di Pork Soda dei Primus).
Di seguito proporremo l'ascolto di dieci dischi emblematici e purtroppo da questa lista saranno escluse sicuramente alcune ottime uscite unicamente per ragioni di spazio. Buona lettura e buon ascolto

[in un box a lato] Titolo: solo coincidenze?
Parallelamente all’esplosione del prog metal dopo il 1992, anche il mondo del new prog ebbe una scossa creativa che contribuì a tenerlo in vita e condurlo fino al nuovo millennio dove nuove forze avrebbero vitalizzato il genere. Non c’è qui lo spazio per approfondire ciò che accadde in quel decennio. Ricordiamo solo che, “stranamente”, dal 1993 in poi gruppi come IQ, Pallas o Pendragon cominciarono ad essere scoperti da un pubblico del tutto nuovo, pronto a sua volta ad accogliere le loro proposte: Ever e Subterranea degli IQ rimangono dei best-seller nella discografia del gruppo, come anche The Window of Life (1993) e The Masquerade Overture (1996) per i Pendragon. E, sempre “stranamente”, anche i Marillion ritornarono a pubblicare grandi dischi come Brave (1994) o This Strange Engine (1997) dopo la parentesi softrock di Holidays in Eden. Furono solo coincidenze oppure qualche merito ai Dream Theater bisogna riconoscerlo?

Dieci dischi per capire il prog metal anni '90

10. Elegy – Labyrinth of dreams: uscito nel 1993 proponeva sin dalla bellissima copertina e dalla doppietta di apertura Grand Chance – I’m no fool un modo di intendere il metal che andava oltre gli anni ’80: doppia cassa, chitarre pulite, assoli melodici che accompagnavano un cantato ispirato a Midnight (Crimson Glory) e Kiske (Helloween) ed una sezione ritmica arricchita talvolta da inserti tastieristici quasi sinfonici. Tutto il disco è un concentrato di melodia e tecnica che contribuiscono a canonizzare il genere: dalla tipica ballata prog-metal (title track) ai cadenzati mid-tempos atmosferici con fermate e ripartenze (Take my love, Trouble in Paradise, Powergames) alle contaminazioni con l’AOR (Over and Out). A parte qualche ingenuità di troppo (Guiding light è presa di peso dagli Helloween di Pink Bubbles go ape), l’esordio degli Elegy è un disco da riscoprire! Ottimo anche il secondo disco Supremacy.

9. Threshold - Wounded land: uscito anch’esso nel 1993, questo disco è una fucina quasi inesauribili di memorabili inni prog metal, che mescolano al meglio la pesantezza doom alla Candlemass con il neo prog inglese degli anni ‘80. Mid-tempos inquietanti e sprazzi melodici si inseguono senza sosta sin dall’iniziale Consume to Live per continuare con la lenta Days of Dearth fino alla conclusiva Siege of Baghdad che richiama i Rainbow di Gates of Babylon. Ma è la parte centrale che alza la cifra stilistica del disco: la variegata Sanity’s end che mischia alla grande assoli di tastiera alla Marillion a soluzioni ritmiche di matrice tipicamente hard rock, la veloce e tirata Paradox con trionfo di tastiere e assoli AOR e la ballad alla Queensryche (per cantato ed atmosfere) Mother Earth. Tutto il disco è quindi godibilissimo e se ascoltato con il successore in sequenza può dare una valida idea di come il neo prog si sia mescolato al metal in quel periodo magico

[box a lato] Cavalli di razza - Gli inglesi sono uno dei pochi gruppi di quegli anni arrivati fino ad oggi, mantenendo un livello medio-alto delle uscite per tutta la loro carriera. Il valore aggiunto è sicuramente stato dato loro da una delle vecchie conoscenze del panorama neo prog, quel Karl Groom che aveva partecipato al progetto Strangers on a Train e agli Shadowland. L’altro asso nella manica è il cantante di questo esordio, il carismatico Damian Wilson (ex Landmarq), che canta anche nell’ultima release, March of Progress, del 2012.

8. Morgana Lefay - Knowing Just As I: come per Elegy e Threshold, va ascoltato insieme al quasi contemporaneo The Secret Doctrine (entrambi del 1993). Enter oblivion apre le danze con un malvagio riff interrotto solo da un assolo melodico alla Savatage, seguita dalla atmosferica e al tempo stesso violenta Red Moon che si snoda attraverso cavalcate alla Metal Church su una sezione ritmica e arrangiamenti alla Queensryche di Operation Mindcrime. Semplicemente magnifiche sono l’atmosferica Rumors of Rain (che ricorda i Fates Warning più epici, l’inquietante Wonderland e l’epica Battle of Evermore. Tutte e tre sono paradigmatiche perché codificano gli aspetti più “metallici” del prog-metal: cantato pulito ma cattivo e a tratti maligno, cavalcate power-thrash e soprattutto atmosfere magiche/misteriose (si senta la nenia finale nella title track) che richiamano luoghi nascosti dove vivono creature sconosciute care ai Genesis e Van Der Graaf Generator più inquietanti.

7. Conception – Parallel minds: anche per i Conception vale il discorso dei Morgana Lefay. Rispetto all’ingenuo debutto, il secondo disco dei norvegesi Conception vive soprattutto dei fraseggi chitarristici di Tore Østby che disegnano emozionanti arabeschi, integrandosi alla perfezione con arrangiamenti che esaltano le tastiere e la sezione ritmica sin dall’iniziale Water confines che ben mescola un aggressivo power metal a rallentamenti e ripartenze atmosferici. Roll the fire presenta una struttura ritmica su tappeto di tastiera che farà scuola, And I close my eyes incede con un tocco orientale, mentre Silent Crying è una grande ballad che i Queensryche non hanno più scritto. Quindi, il capolavoro del disco, la title track che velocizza la lezione dei Dream Theater e che rappresenta uno dei capolavori di tutto il genere (da manuale l’accelerazione del ritornello). Il disco scende leggermente di qualità con le lente e pachidermiche Silver Shine o My Decision, ma ci si riprende subito con le mazzate di The Promiser (che ricorda molto da vicino i Queensrche di Rage for Order) e Wolf’s lair. Infine, il secondo capolavoro, la conclusiva suite Soliloquy che alterna passaggi pacati e bucolici a sferzate metalliche specialmente nella parte conclusiva.

[box a lato] Talento regale. Autori di quattro ottimi dischi negli anni ’90, i Conception sono rimasti nell’immaginario collettivo solo come il primo gruppo di Roy Khan, poi leader dei power metallers statunitensi Kamelot. La ragione è presto chiarita: l’ugola di Roy Kahn spazia su tutto lo spettro senza problemi, privilegiando però registri solenni ed epici. Questa caratteristica gli valse l’attenzione dei Kamelot che anche grazie ai servigi di Khan riuscirono ad inserire nel loro sound significativi elementi sinfonici prima e progressivi poi (Epica e the Black Halo). Infine, Khan entrerà in lotta di collisione con il fondatore e principale compositore dei Kamelot Thomas Youngblood e annuncerà addirittura il ritiro dalle scene

6. Edge of Sanity – Crimson: Una sola song di 40 minuti circa, un concept distopico- fantascientifico alla Rush che proietta il genere umano in una società post-apocalittica in cui l’unica salvezza è una misteriosa principessa che però sembra non adempiere la profezia, una trama musicale basata su assoli melodici e cambi repentini di ritmo/atmosfere che guida efficacemente l’ascoltatore nei meandri della storia. Sono questi gli elementi di un disco che rimane un unicum nel panorama death metal, che ha sempre mal digerito esperimenti o tonnellate di melodia. Sarebbe impossibile scendere nel dettaglio dei singoli passaggi dell’album, che alterna atmosfere tirate classicamente death metal a momenti di calma e tensione che rendono il disco ascoltabile tutto di fila. Ci limitiamo a segnalare la struggente parte 3 (10:43) che spesso gli Opeth riprenderanno nelle loro opere, e la parte 5 (18:32) che riprende il tema principale e lo estende con numerosi cambi di ritmo.

[box a lato] I cantanti death con la passione del prog - Se Michael Akerfeldt ha contribuito a sdoganare il death metal presso ambienti prog grazie alla sua fama di collezionista di prog e alle collaborazioni con Steven Wilson, Dan Swano non solo è stato uno degli assoluti protagonisti della scena svedese ma anche uno dei musicisti death tra i primi ad inserire nel sound della propria creatura elementi diversi, proveniente proprio dalla storia del prog (si pensi ai Pan-Thy-Monium). Inoltre, già nel fondamentale e bellissimo Purgatory Afterglow del 1994, il nostro aveva dato alla luce una lunga canzone come Twilight che prendeva in prestito nel break centrale gli accordi di Bitter Suite dei Marillion. Swano continuerà a soddisfare la sua passione per sonorità hard rock melodiche e progressive con i Nightingale durante tutti gli anni 2000.

5. Enchant - Blueprint of the world: Fin dall’iniziale The Thirst i nostri si lanciano nella produzione cristallina che esalta chitarra e tastiera in un gioco melodico che ricorda molto gli ultimi Marillion di Fish ma al contempo strizza l’occhio alla melodia AOR. Con la successiva Catharsis le cose cominciano a diventare serissime: l’atmosfera ricorda i Rush di Signals ed in particolare la ballad Losing it, sia per quel che riguarda i testi che per quel che riguarda i suoni vintage utilizzati. Il disco riproporrà spesso suoni del tutto fuori tempo per gli anni ’90: Oasis è leggera e forse un po’ lunga ma è abbellita da fraseggi di chitarra alla Fugazi, Acquaitance nella sua introduzione fa tornare in mente le drammatiche atmosfere di Tears dei Rush sebbene prosegua come una ballad anni ’80 (ed infatti i suoni ed il testo ricordano Kayleigh); At Death’s door è invece un drammatico affresco sulla morte di un amico dipinto su strutture che ricordano ancora una volta i Rush di Signals o Grace Under Pressure; East of Eden è invece quasi genesiana nel suo incedere ma ancora tipicamente Rush nell’accelerazione finale. Quindi arrivano i due capolavori che fanno entrare di diritto questo debutto nella storia: Nighttime Sky ed Enchanted. Il primo proietta inizialmente l’ascoltatore nelle notti estive degli anni ’80 quando dominavano tastiere e voci sognanti, per poi avvolgerlo in un assolo alla Marillion (ed infatti Steve Rothery è ospite in questo brano); il secondo, incentrato su un amore con una donna bellissima e quindi impossibile invece si presenta come se i Genesis di Selling England stessero jammando con i Rush, e prosegue come solo i migliori Asia sapevano fare, regalando melodia e assoli su tempi dispari che nessuno al tempo avrebbe osato proporre.

4. Shadow Gallery – ST: Le danze, in tutti i sensi, si aprono con the Dance of fools che richiama sin dall’inizio un certo pomp rock americano alla Styx e Kansas ma con un lavoro chitarristico che getta le basi per il neonato movimento prog-metal. La voce, quasi AOR, gli assoli di chitarra simili ai Boston degli anni ’70, i cori alla Queen e il drumming elettronico rendevano all’epoca indefinibile il genere degli Shadow Gallery. Solo i continui cambi di ritmo presenti in tutte le tracks, che richiamavano un prog sinfonico a tratti genesiano, suggerivano la commistione tra il metal e qualche altra “cosa” che prima non era presente. Il valore di questo disco è anche evidente nella massiccia immissione nella struttura delle canzoni di partiture quasi classiche che sarebbero poi diventate il marchio di fabbrica dei nostri. Tutte le tracks sono molto variegate e trascinanti: Darktown richiama addirittura gli Alan Parsons di Syrius nell’intro prima di svilupparsi con una progressione che alterna cambi di ritmo ad ariose aperture fino alla bellissima cavalcata di tastiera finale; Mystified è drammatica nel suo incedere che deve molto a Warlord e Fates Warning prima di aprirsi in rivoli melodici come fosse una suite dei Kansas; Questions at hand è tirata ed epica quanto basta per diventare un classico prog metal (anche qui i richiami ai Fates Warning di Jon Arch sono evidenti) con un grandissimo assolo gemello chitarra/tastiera (peccato sempre per la batteria campionata); Final hour è una ballad toccante che gli Shadow Gallery riprenderanno molte volte (vedi Christmas day da Tyranny); Say goodbye to the morning è forse l’unico momento più debole dell’album, a causa di una leggerezza troppo simile a certo pomp rock americano. Ma il capolavoro è dietro l’angolo: The queen of the city of ice è una suite che ben rappresenta al meglio cosa è il prog metal . Come detto all’inizio, gli Shadow Gallery si ripeteranno ancora con due grandi dischi nei ‘90s ma il debut resta un fulgido esempio di prog metal di qualità che difficilmente sarà superato.

[box a lato] La regina di Ghiaccio. The Queen of the city of ice è un breve concept che narra la storia di un popolo in fuga che vive in una fortezza di ghiaccio su cui regna una regina, bellissima ma triste e delicata come una lastra sottile di ghiaccio, di cui è innamorato il protagonista, forse un viaggiatore capitato per caso in questo bianco regno. Il protagonista avverte nei sogni i presagi della futura fine (già riflessi negli occhi della regina) che puntualmente avviene quando il resto della popolazione che non era fuggita li raggiunge e assedia la città (non si sa bene perché) finchè essa non si scioglie e la regina svanisce nel mare… Questa la prima parte che musicalmente di dipana su un arpeggio triste e malinconico fino al cambio di ritmo che fa da sottofondo alla fuga del popolo assediato.. Nel break tutte le influenze degli Shadow Gallery vengono a galla: Genesis, Queen, Styx e Savatage, finchè tutto tace…. Il protagonista sotto la pioggia cerca la sua regina: la parte di spoken words è emozionante e ci rende parte dei sogni del protagonista innamorato della regina… La parte finale, allegra e ottimista, alla Queen, invece, saluta il popolo che fugge e cerca una nuova vita: un lungo coro epico sfuma la suite mentre il protagonista resta indietro alla ricerca della sua regina scomparsa…

3. Queenryche - Promised Land. Promised Land è, come Empire, un grandissimo ibrido, perfettamente a metà tra l'orecchiabilità elegante ed iper prodotta di Empire (My Global Mind, One more Time) ed un ritorno al prog rock (Out of Mind, la Pinkfloydiana title track) e al prog metal propriamente detto (Damaged) dagli stessi Queensryche inventato. Il disco presenta solo due episodi deboli (Disconnected, Lady Jane) che avrebbero potuto essere rimpiazzate da Real World, ottimo brano realizzato (stupidamente) per la colonna sonora di Last Action Hero e non riservato per questo disco e soprattutto dal capolavoro finale del gruppo che chiude praticamente la parabola dei nostri, ossia la versione con tutti gli strumenti della struggente Someone Else? che invece era contenuta nel 12'' di I am I (altra scelta commerciale scellerata per il tempo) e che rappresenta un buon compendio di prog metal che mischia la NWOBHM nell'inizio lento con l'accelerazione finale alla Marillion. La versione acustica per pianoforte effettivamente finita su disco invece è la risposta dei nostri a Space Dye Vest dei Dream Theater e racconta tutte le difficoltà incontrate da Tate nel farsi accettare e nell'accettare il successo (come anche Space Dye Vest rappresentava le difficoltà di comunicazione con l'altro sesso di Kevin Moore). La canzone, come anche tutto il disco, ci dice che i Queensryche come li avevamo conosciuti erano finiti ed una nuova epoca era (purtroppo) cominciata perchè tutte le strade musicali erano state da loro infine battute. Solo così si può comprendere perchè alla fine i percorsi di De Garmo (ritiro assoluto dalla musica), di Tate e degli altri 3 cavalieri di Seattle si siano separati così acrimoniosamente.

[box a lato] Ascesa e caduta degli imperatori del Metal - Recensire questo disco a distanza di circa 20 anni dalla sua uscita fa uno strano effetto. Non certo per le emozioni che sapeva e sa ancora regalare ma per quello che è successo dopo nella storia del gruppo. Nessuno, nel 1994, infatti avrebbe immaginato che questo sarebbe stato l'ultimo "vero" disco di un gruppo come i Queensryche. E nessuno avrebbe potuto immaginare che il gruppo capace di rivoluzionare il metal per sempre con opere come Rage for Order, Operation Mindcrime e Empire si sarebbe potuto separare da Geoff Tate dopo 6 flop consecutivi che hanno forse irrimediabilmente minato la credibilità del gruppo. Sapendo come è andata a finire la storia dei Queensryche, questo Promised Land acquista un retrogusto ancora più amaro e malinconico di quanto già non avesse già nel 1994. La ragione della cupezza che pervade il disco all'epoca non era ovviamente dovuta a qualche presagio futuro ma piuttosto ad una attenta riflessione su quanto accaduto al gruppo dopo il successo planetario di Empire del 1990 (3 milioni di dischi venduti). La band girò il mondo praticamente dall'estate del 90 alla fine del 92, incluso un fortunato unplugged a MTV, riproponendo tutto Operation Mindcrime ed il meglio di Empire. Il risultato di questo fu ovviamente la conquista di un posto al sole nell'ultima fase gloriosa del Metal affianco a Metallica e Guns & Roses, ma allo stesso tempo, anche l'esaursi di una certa vena creativa che aveva reso possibile la realizzazione di Empire, esempio unico di ibrido tra prog metal e melodic metal. Il gruppo impiegò due anni dopo la fine del tour per completare questo disco cercando di riannodare i fili delle proprie vite. E' per questo che le lyrics sono piene di riferimenti alla vita familiare (Bridge, I am I) dei principali autori della band, proprio Geoff Tate e Chris De Garmo. E questo ulteriore sforzo per partorire un grande disco svuotò del tutto il gruppo, purtroppo.

2. Fates Warning – Parallels: cominciamo dalla copertina, che riprende il tema del precedente Perfect Simmetry, ma con una metafora ancora più chiara: il vecchio di Perfect Simmetry è ormai morente e al suo capezzale c’è una bambina, e nella pendola c’è la statuetta del precedente disco. I paralleli del titolo sono più che altro rette parallele su cui viaggiano il vecchio, la bambina e tutti i protagonisti delle tracks. A partire dall’iniziale Leave the past behind introdotta da un tipico arpeggio alla Matheos e che si apre con un tempo dispari pazzesco sostenuto dal grandissimo Mark Zonder (ex Warlord) e che prosegue con il classico mid-tempo prog metal atmosferico sostenuto da un Roy Alder in stato di grazia. Segue un classico immortale dei nostri come Life in Still Water più volte ripetuto in sede live che presenta di nuovo un mid tempo che sfocia in grandissimo assolo e ritornello. L’incomunicabilità è un pallino di Jim Matheos e Eye to Eye (primo singolo tratto dall’album) non fa altro che ricordarcelo. Musicalmente si tratta della riedizione quasi identica di Through different Eyes del precedente Perfect Simmetry ma la ricchezza di arrangiamenti e melodia non fa altro che rendere questo nuovo capitolo imperdibile. La seguente Eleventh hour è una suite notturna che richiama alla mente ancora una volta i Queensryche, questa volta quelli di The Warning. The 11th hour svanisce e comincia il lato B con il capolavoro dei Fates Warning nonché uno dei manifesti del prog metal. Point of view sintetizza un modo di intendere il metal che ormai è scomparso ma che ancora emoziona: strofa super arrangiata con arpeggio elettrico, innesto sulla base ritmica della chitarra solista nel bridge, ritornello melodico ma realmente drammatico. Il tutto era stato già codificato dai Queensrcyhe in Operation Mindcrime ma qui i Fates Warning cercano la loro strada e trovano un’alchimia che non raggiungeranno più. Le seguenti We only say Goodbye e Don’t follow me sono gemelle perchè ripropongono la struttura e le variazioni di Point of View ed entrambe sono abbellite da grandissimi assoli di Matheos, specialmente la seconda. Il disco si chiude con un’altra suite notturna come The road goes on forever, una lunga ballad che chiude il cerchio idealmente riprendendo l’arpeggio iniziale di Leave the Past behind. Musicalmente Matheos ci delizia con un arpeggio malinconico che diventerà il suo marchio di fabbrica ma che qui ricorda molto qualcosa dei Sanctuary del secondo disco. Il disco si chiude così tristemente come richiesto dalla copertina e dal tema.

[box a lato] L’introverso Jim Matheos - I testi nei Fates Warning sono emblematici di un certo modo di intendere il prog metal. Ad esempio, in Point of View il ritornello recita: "Side by side, Divided they stand, Parallel lives running parallel with YOU, To the point where our horizons divide, My opinion is just a point of view, And your position is the other side". Il senso del prog metal dal punto di vista umano è tutto qui: non possiamo comunicare perchè siamo diversi, abbiamo opinioni diverse, siamo su strade parallele. Punto. Ovviamente sottinteso: noi siamo superiori a voi approccio che giustifica anche una certa chiusura del fan prog metal medio verso inutili contaminazioni sonore che avevano già distrutto il metal negli '80. E se il concetto non fosse chiaro arrivano due capolavori minori a ricordarcelo: We only say Goodbye e Don’t follow me. La prima si apre con il verso inequivocabile ed immortale “Today was the end of a dream As I watched your shadow disappear Another moment for the memory As we lose another year”, la seconda riprende il tema dell’incomunicabilità con i versi “Like an old friend with nothing left to say You'll find I'm not who YOU thought I'd be As YOU contemplate the silence Waiting for pearls of wisdom to fall”.

1. Dream Theater – Images And Words: il disco simbolo del prog-metal si apre con Pull me Under e con il suo storico accordo iniziale di Petrucci che definisce, con quell’innovativo mid tempo a metà tra AOR e Classic metal, uno standard con cui tutti i futuri gruppi prog metal si dovranno confrontare. Another day, arricchita da un sassofono evocativo è pura poesia che aggiorna le power ballads tanto popolari negli anni ‘80 pur senza scadere nel patetico come Nothing Else Matter dei Metallica. Take the Time è un continuo inseguirsi di ritmi dispari indiavolati che vengono costantemente stoppati e fatti di nuovo ripartire con l’assolo che diventerà marchio inconfondibile di Petrucci. Surrounded è un omaggio ai Marilllion dell’ultimo Fish di Sugar Mice. Metropolis può benissimo alternarsi a Pull me Under per definire IL prog metal perchè racchiude in sé per la prima volta Crimson Glory, Warlord e Fates Warning. Under a glass moon, con il suo storico assolo liquido centrale che fa ancora scuola, aggiorna la lezione dei Queensryche di operation con innesti AOR e prog alla Yes e Rush. Wait for sleep è la ballad perfetta nella sua semplicità mente Learning to live con la sua drammaticità ricorda un pò le cose migliori degli Emerson Lake e Palmer e degli Yes. I nostri confermarono il talento dell'esordio negli anni a venire: il cupo Awake, l’album del 1994, è di un soffio al di sotto di IAW solo perché c’è qualche raro minuto di caduta di tono; A change of Seasons, del 1995 è un altro gioiellino che da solo vale la discografia di molti gruppi. È vero che i nostri caddero (in tutti i sensi) nel 1997 con Falling into Infinity, ma è anche vero che quel disco era il risultato di richieste irricevibili della loro etichetta. Ed infatti il secondo capolavoro, Scenes from a Memory, è rinviato solo di 2 anni. Sebbene forse addirittura superiore, Metropoli part II però non riesce a soppiantare l’amore viscerale di molti per questo secondo disco, forse solo perché IAW uscì al momento giusto al posto giusto. Ormai quel mondo non esiste e forse nemmeno chi lo insegue ha ancora velleità di tornare indietro… resta dunque il ricordo che però si trasforma in leggenda e quindi in mito che diventa patrimonio condiviso di tutto coloro che amano la buona musica.
Box Lungo – 5 dischi di prog metal italiano degli anni ‘90

5. Epica – Confini (1995) Dopo un demo nel 1992 (Suoni e colori, debitore dell’hard rock degli Sharks per le tastiere ed il cantato in italiano), il gruppo di Alessandro Secchi (Flight Charm) arriva al debutto per la Pick-up con un buon ibrido tra i Queensryche (voce) ed Dream Theater (ritmiche). Molti i punti di forza di questo disco: dalla title track a Grido indiano, dalla sorprendente cover di Impressioni di Settembre, alla ballad Stanze vuote. Capolavoro assoluto, la conclusiva Anime di Vetro, ispirato ai Queensryche di Promised Land e alle Orme più depressive

4. Presence – The sleeper awakes (1994) Dopo due ottime autoproduzioni (The Shadowing, Makumba), il gruppo napoletano approda alla Black Widow e sforna un ibrido ancor oggi inimitato, tra prog, jazz, hard rock ma soprattutto riscoprendo sonorità dark-prog, doom ed ossianiche più tipicamente italiane alla Goblin, The Black, Paul Chain e Black Hole. Il disco infatti spazia con naturalezza da episodi tirati più propriamente prog metal (l’iniziale Enticer e le centrali The sleeper awakes e The king could die issueless) a momenti più riflessivi già presenti nelle loro prime opere (The other Weight of sense, So Dangerou, Endless unceasing lie) fino a momenti fusion (Key days, Wiled). Ma la vera attrazione dell’album è la voce di Sofia Baccini, nelle vesti di un sacerdotessa pagana che declama nenie inquietanti (Veer), anticipando di ben 15 anni il filone doom femminile tanto in voga oggi (The devil’s blood, Jex Thoth, Blood Ceremony).

3. Black Jester – Diary of a Blind Angel. Ibrido unico tra Malmsteen e Dream Theater, i nostri furono penalizzati da una produzione a dir poco vergognosa (sorte comune a molti gruppi italiani prog degli anni '90 come Finisterre, Prowlers, Notturno Concertante, Nova Mala Strana). Ma tutti i brani sono esaltanti: Night Voices è un manifesto prog-metal, the Tower and the Minstrel mescola un richiamo evidente ai Vanexa più epici ed evocativi (Night rain on the ruins) a panorami prog alla Ezra Winston, Mother moon è una toccante ballad, Black Jester Opera è una cavalcata a metà tra pomp e classic metal alla Malmsteen con un riff che sarà spesso ripreso dai Rhapsody. Ma il disco si regge sull’eccezionale uno-due della title track e della suite Time Theater + King of eternity che evoca Savatage e Malmsteen

2. Time Machine – Project: Time scanning. Rappresentano la naturale evoluzione di quel metal italiano anni ’80 (Royal Air Force, Sabotage, ultimi Vanadium) che strizzava l’occhio al rock americano senza indulgere troppo nell’AOR. L’EP è il disco che avrebbero dovuto far uscire i Queensryche dopo Operation Mindcrime al posto di Empire. L’opener 753 a.c. riscopre il riff di Deliverance da The Warning e ne aggiorna le partiture con moltissimi cambi di tempo e temi diversi, assolutamente difficili da immaginare pensando che il brano dura solo 6 minuti e mezzo. Holy Man richiama la melodia AOR degli Elektradrive e degli ultimi Vanadium non senza aver portato per mano l’ascoltatore in territori molto lontani dal metal e più vicini al prog. Past and Future e History sono i due capolavori: il primo è Queensryche di Rage for Order; il secondo brano, presenta un andamento mid-tempo che ricorda nel cantato Geoff Tate (The Warning).

1. Malombra - ST. Creatura di Mercy, cantante dei seminali Zess (Et in Arcadia Ego), i Malombra partono dal doom alla Paul Chain, per proporre una personalissima miscela di dark sound influenzato da Black Widow, Jacula ed Orme con venature metal che richiamano, specialmente negli assoli di chitarra, i Mercyful Fate e soprattutto i Black Sabbath (la sinistra copertina è un chiaro omaggio al loro disco omonimo). L’iniziale The Witch is dead è una ballata dark-prog alla Black Widow con i fiocchi, con un organo impazzito emerso direttamente dai dischi di Jacula che insegue l’ascoltatore in bui meandri; con la seguente In the Year’s shortest day siamo investiti da un doom catacombale che si trasforma in una cavalcata alla Mercyful fate per poi diventare una divagazione tastieristica omaggio alle atmosfere degli sceneggiati italiani anni ’70 come il Segno del Comando ed infine ritornare ad una fuga che richiama il tema di Suspiria dei Goblin. Still life with pendulum apre il lato B ed è un altro esempio di prog-doom che richiama alcune cose dall’esordio dei napoletani Presence. L’ossessiva e pesante Butcher’s love pains è forse la track più debole con un cantato di Mercy troppo sotto tono mentre il capolavoro è la conclusiva ed ossianica After the passing che ricorda Paul Chain per il rituale iniziale ed i migliori Black Widow per il tessuto musicale (indimenticabile l’atmosfera ancestrale creata dal flauto). Il riff finale di chitarra stende un manto sinistro sull’ascoltatore in modo da farlo sentire veramente parte della processione notturna che, forse, conduce alla morte la Strega di cui si parla nel primo brano, in modo che tutto ricominci.
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