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Nude
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montag

Appassionato
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italy
MessaggioInviato: 30 Ago 2013 16:44:47    Oggetto:  Nude
Descrizione: in concept e altre storie o come si chiama la rubrica...
Rispondi citando

Introduzione

Siamo nel 1981, quando le uscite progressive sono ormai rarissime, e i vecchi protagonisti degli anni 70 cercano di cavalacare il cambiamento, basti pensare alle scelte fatte dai Genesis, ma anche, restando in Italia, dalla PFM o dalle Orme o dal Banco.
E’ un periodo strano dove, in realtà succedono tante cose, e ci sono tanti album inizialmente da me trascurati che invece meritano assolutamente l’ascolto dell’appassionato.
Tra questi album c’è anche Nude che oltre che essere un concept è tanto coraggioso da proporre anche tantissimi strumentali puntando per le vendite solo su City life, il brano d’apertura palesemente pop (sebbene di gran classe). Devo dire che la sua scoperta mi ha entusiasmato, sia per l’aspetto musicale che per l’argomento affrontato. Spero che chi, come me fino ad un mese fa, non lo conosce, vorrà ascoltarlo senza pregiudizio, godendosi così un disco pensato, suonato e fatto bene. Per gli altri spero che questo mio “romanzare” la storia di Nude, possa far venire voglia di rimettere il cd nel player. Buon divertimento.


------------------

Il 1942 ha visto un mondo lacerato. La routine quotidiana era stata annientata dalla dura realtà della guerra che aveva drasticamente alterato la vita di milioni di persone.

Basato su un fatto realmente accaduto, questo disco racconta la storia di NUDE.

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La Storia

Ricordo ancora quel giorno. Il sole a stento si affacciava sopra il palazzo di fronte e da poco mi ero alzato. Stanco e barcollante, forse per il troppo sonno o per il troppo sake, finivo il discorso che avevo cominciato con me stesso la sera prima. Per quanto cercassi di essere come gli altri, non riuscivo a capire, come, un giovane uomo potesse sopportare la pressione che la società richedeva.
I miei pensieri furono interrotti dal campanello, prima, e dall’insistente bussare con le mani poi. Mi affrettai ad aprire e sulla porta comparve, come dal nulla, un uomo, sudaticcio e affannato dalle troppe scale, in una impeccabile uniforme da postino che sembrava sostenere le sue gracili membra. Poteva avere una ventina d'anni più di me.
“Sono troppo vecchio, ma tu hai la tua chance di servire il tuo paese e l'imperatore” disse, e mi lasciò in mano un plico giallo.
Veniva dall'esercito imperiale. Mi aspettavo la chiamata, un ventenne non poteva sfuggire: si richiede la vita di un giovane uomo per la vita di un altro o per il semplice diritto di essere liberi, di questi tempi è normale.
Non avevo dubbi sul da farsi. Il dovere e l'onore della famiglia da difendere sono le prime cose che mio padre prima, la scuola poi, mi avevano ben instillato nella mente.
Aprii con calma, giusto per conoscere i dettagli, feci un piccolo bagaglio e uscii senza neppure dare un ultimo sguardo al disordine lasciato, a quella stanza che aveva cullato e protetto i miei sogni.

La vita militare non era diversa dalla vita che conducevo in città. E questo era vero per tutti noi che eravamo raggruppati in quelle che venivano dette compagnie.

Imparai poche cose, ma essendo istruito, le imparai velocemente e mi feci notare tra i più determinati.

I giorni passarono velocemnte, e dopo poco più di un mese di addestramento, mi ritrovai su una nave, insieme a tanti altri: un’accozzaglia di vite, di persone che non si conoscono ma che dipendono l’uno dall’altro. In un mese puoi creare un soldato ma non un gruppo.
Mi meravigliai di queste mie considerazioni, quasi critiche, e ringraziai la nebbia che ci separava dai tanti parenti venuti a salutare per l'ultima volta i suoi difensori.

Per me non c'era nessuno, come sempre. Dopo la morte dei genitori avevo badato a me stesso e mi ero poco interessato dei parenti lontani. Quindi non ero interessato a quella scena. Ma le urla, i tanti nomi declamati, le ultime raccomandazioni, aprivano, nella parte più profonda di me, tante piccole ferite. Ero grato alla nebbia, almeno, per non farmi vedere anche quelle facce, quel dolore, quelle lacrime che accompagnavano la nave mentre salpava.
Così celati agli occhi di tutti, quasi in un sogno senza stelle, partivo per la Guerra.

La prima missione era semplice. Bisognava evitare che gli americani stanziassero compagnie sulle miriadi delle isole dell'oceano indiano, troppe vicino alle coste giapponesi.

Ne rastrellammo tante, fino a che in un'alba dorata, finalemnte, la vidi.
Non che fosse speciale, rispetto alle altre, ma in quella luce, e in quel momento mi parve così bella da farmi dimenticare il rischio che stavo per correre.

Il momento dello sbarco è il peggiore: se il nemico è sull'isola è il momento in cui la maggior parte di noi non vedrà più la luce.
A pochi metri dalla spiaggia, il cuore comincia a pulsare così forte da sentirlo nelle orecchie.
Gli altri erano anime perse nelle preghiere agli avi.
Il rumore sotto e intorno alle barche faceva capire che era il momento di guadagnare la riva.
Scendemmo come sempre e come sempre ci inoltrammo nel bosco in cerca di un rifugio.
Stanco, stordito e questa volta non per il sake, inciampai: per un momento mi ricordai della mia stanza, ma poi non vidi più nulla.
L'urlo di un uccello di qualche specie, insieme alla pioggia battente, mi fece sobbalzare.
Era ormai giorno fatto ed io ero rimasto svenuto per molto tempo.
La testa mi girava e mi faceva male. Dopo un paio d'ore nella boscaglia più fitta, le idee mi si fecero più chiare.
Due erano le possibilità. Se l'isola era occupata dagli americani, il posto più sicuro per resistere, era il punto più alto dell'isola. Se, invece, l'isola non era stata occupata, il punto più alto mi dava la possibilità di comprendere se ci fossero degli abitanti, e quindi decidere come approcciarmi alle realtà indigene.
La certezza era che ormai la mia compagnia non c'era più: o annientata dal nemico o semplicemente era andata via senza di me. Un soldato in più, uno in meno, in guerra, non fa differenza.
Mi incamminai così verso il punto più alto dell'isola, misi la baionetta al mio fucile unico amico in una natura che prende il sopravvento e spaventa.
Certo, ero spaventato, non avevo idea di come e quando riunirmi agli altri, e anche se non avevo mai sparato nessun colpo contro il nemico, sapevo che per molto tempo, potevo confidare solo su quell'arma per la mia sopravvivenza.
Raggiunta la cima, mi guardai intorno. Nessun segno di combustione, nessun rumore.
L'isola sembrava disabitata. Tranne la spiaggia dello sbarco, le rocce quasi a strapiombo, tradivano la natura forse vulcanica, ma il panorama era rassicurante: chi controllava la spiaggia avrebbe reso vano qualsiasi sbarco.
Di fatto, ero rimasto solo su un’isola sperduta del pacifico.
60 proiettili era tutto quello che avevo.
Decisi di non sprecarli e di dedicarmi alla caccia con la baionetta. Nella speranza, ovviamente, che ci fossero animali cacciabili!
Sebbene la cima fosse il punto più sicuro era anche il luogo meno pratico per procacciarsi cibo, scesi quindi di nuovo a riva, e dopo diversi spostamenti (per evitare eventualmente di essere localizzato) stabilii la mia casa in una caverna in prossimità della spiaggia, unico luogo dove poter controllare l’accesso all’isola.
Sì, perché in testa avevo comunque l'idea di oppormi al nemico, anche solo con 60 proiettili.

Erano mesi ormai, che tra una specie di banane e qualche cinghiale, sopravvivevo sull'isola.
Per non impazzire avevo stabilito alcune attività quotidiane, altre settimanali, altre ancora mensili.
Alcune di queste attività furono interrotte dall'arrivo del primo monsone. L'acqua aveva allegato la mia casa e quindi capii che dovevo necessariamente migliorare la logistica, visto che i tempi del mio salvataggio, o della mia morte, si prolungavano.
Alla fine del monsone come un novello Robinson avevo una casa che mi sembrava ancora più accogliente della mia stanza in città.
La prima attività dopo il monsone fu quella di andare a ringraziare gli Avi. Andai sulla cima della montagna, scelta come tempio personale, e pregai. Poi mi ricordai del perché ero lì: cantai per la prima volta l'inno nazionale e alla fine, quasi per sentire finalmente un suono di un artefatto dell'uomo, sparai un colpo, un prezioso colpo, in aria. Questo rito l'ho ripetuto per la fine di ogni monsone che arrivò da quel momento in poi.

Di monsoni ne passarono 29. Da un po' stavano passando degli aerei, piccoli, al cui suono scappavo a nascondermi.
Quella volta, però, l'aereo fece una cosa strana: una virata e poi scomparve lasciando dietro di sé un vortice bianco. Evidentemente qualche volta non ero stato abbastanza veloce nel correre a nascondermi!

Poco dopo la spiaggia fu inondata di fogli. Fogli con scritte in giapponese, con la scritta “torna a casa, la guerra è finita”. Non potevo crederci, doveva essere un trucco. La guerra era finita molto tempo prima, ma, in fin dei conti, anche se fosse stato vero, per me aveva poca importanza: per me non era mia cominciata!
Il dubbio ormai risiedeva in me ed ero combattutto con alterni momenti di cedimento e altri di ripristino del mio senso del dovere. Ad ogni modo, qualcosa si ruppe nel mio equilibrio e non riuscivo più ad essere padrone dei miei pensieri.
Poco tempo dopo, vidi l'ammaraggio di un'imbarcazione. Pochi uomini scesero, alcuni avevano l'uniforme della fanteria giapponese, ma poteva essere ancora una volta un trucco. Per capire se lo fosse, mi scagliai contro di loro. Non dovevo essere bello da vedere: della divisa non era rimasto nulla già da molto tempo, e mi ero cucito degli abiti utilizzando foglie e arbusti. Potevo sembrare un uomo primitivo. Un uomo primitivo con un fucile!
Sentii una fitta al petto e poi crollai giù sulla spiaggia.
Sento ancora la testa che affonda nella sabbia.
Mi portarono via, senza darmi neppure la possibilità di salutare l'isola che mi aveva protetto per tutto quel tempo.

La prima cosa che ricordo, quando riaprii gli occhi, era il bianco accecante delle lenzuola e delle divise delle infermiere.
Poi i sorrisi. Ma soprattutto, il suono della voce umana. Mi chiamavano Nude, non so perché, non sapevano forse il mio vero nome.
Fino a che stetti in ospedale, ero felice anche se intontito. Appresi che la guerra era finita moltissimi anni prima. Ero perplesso per come era finita.
Due bombe per quanto potenti non avrebbero fermato il popolo che conoscevo, quello per cui partii. Poi mi fecero vedere le foto, l'acciaio piegato. I morti e quanti ne morivano ancora, e capii. Piansi. Ma il mio era un dolore tardivo, dopo quasi 30 anni le persone hanno ormai superato l’orrore e non capiscono veramente, fino in fondo, il tuo dolore.
Non era la sola cosa che mi faceva sentire non in sintonia con il mondo: ero rimasto sull’isola per ventinove anni con i valori e il senso dell’onore di un giapponese degli anni 40, ma mentre io ero via, la mia nazione era divenuta qualcosa di diverso. I miei valori più sacri ormai erano ritenute cose da vecchi, quelli per cui io avevo dato 30 anni della mia vita, ora erano sciocchezze. Ero frastornato, orfano, ora, della patria.
La notizia della mia medaglia e sopratutto del risarcimento che lo stato mi concedeva, fece il giro del Gippone prima, del mondo poi.
I parenti che non erano neppure venuti a salutarmi alla mia partenza, ora erano lì, festanti davanti a me.
Io sorridevo ma non riuscivo a sopportare tutta queste attenzioni, tutta questa ipocrisia.

Quando il governo decise che mi sarei dovuto mostrare in pubblico, quale esempio estremo ed encomiabile del senso del dovere, capii che la Guerra, per me, iniziava ora.

Dissero che erano i nervi, i tanti anni di solitudine che li avevano fiaccati. I parenti acconsentivano, e con la tasca gonfia andavano via lasciandomi in quell'ospedale in riva al mare.

Sciocchi. Non avevano capito nulla. L'isola aveva salvato un uomo. L'istinto, e non il senso del dovere, mi aveva fatto sopravvivere. Ed ora ero più forte di prima.

Sarà stata la vicinanza del mare, le cure delle infermiere, ma quando festeggiai i miei 50 anni con quella torta a forma di un'isola che gli infermieri mi avevano preparato, ero tornato me stesso, forte e determinato.

Fu quindi facile andare al molo e scelta la barca che facesse al caso mio, semplicemente prenderla e andarmene. Per quel furto, avrebbero pagato i miei parenti... e tanto ancora gli sarebbe rimasto del mio risarcimento.

Il vento ora mi solca il viso, e so che un monsone sta per arrivare, so cosa sono diventato io, e cosa è diventata la mia nazione. Ma so sopratutto dove vado.... a casa.


.....


Nude è stato visto l'ultima volta in una serata estiva nel 1972 mentre parlava con un piccolo gruppo di persone, poco prima di navigare fuori dal porto.
Nel giornale del mattino, sepolto tra gli articoli sull'asia medio orientale, conflitti irlandesi e americani, c'era un breve trafiletto sulla scomparsa del “veterano di guerra che non poteva vivere nel mondo civilizzato”.

......


RIQUADRO UNO

A caccia del vero Nude.

Le vicende del disco sono tratte da una storia vera. Non sono però riuscito a trovare chi effettivamente è il nostro Nude. Immagino quindi che la realtà abbia solo ispirato l'autrice che quindi abbia poi creato “Nude”.

Molti sono gli uomini che hanno continuato la Guerra essendo questa finita a loro insaputa.
Tra tutti fece scalpore il ritorno in patria nel 1974 di Hiroo Onoda che probabilmente ha ispirato Nude, pur essendovi pochi contatti con quanto narrato nel disco.
Innanzitutto Onoda era un ufficiale e non rimase solo sull'isola di Lubang, che tra le altre cose non era disabitata. Onoda condusse una vita da guerrigliero fino al 1974, non credendo mai alla fine della guerra. Rimase alcuni anni da solo, dopo che l'ultimo dei suoi quattro soldati morì, ma mai prese in considerazione la resa. Per farlo arrendere, erano state lanciate anche lettere dei familiari con un aereo (episodio che trova corrispondenza nella storia narrata nel disco), ma Onoda decise che erano solo dei trucchi del nemico.
Per far terminare le sue azioni di guerra dovette andare sull'isola il suo comandante (ormai in pensione) in cui con ordine scritto, gli chiese di cessare le ostilità.
Onoda ora è 91enne, è stato perdonato per i suoi omicidi (durante i conflitti a fuoco con la polizia locale) in quanto accertato del suo status di soldato in guerra a tutti gli effetti, anche a guerra finita.
Ebbe la medaglia come Nude, e anche lui ebbe problemi nell'inserimento del nuovo Giappone oltre che gestire la sua notorietà, al punto che decise di espatriare (come Nude decide di tornare sull'isola?).
Ha vissuto in Brasile fino al 1981, quando un giovane giapponese uccise i suoi genitori. Colpito da questo delitto che offende quanto di più sacro nello spirito nipponico, il rispetto per la famiglia, decise di rimpatriare e fondare una casa di educazione per giovani giapponesi.
Oltre le date che non tornano, Nude ritorna sull’isola nel 1972 due anni prima del ritorno di Onoda, anche il carattere non collima con la versione più “spirituale” di Nude, dell'uomo che non ha combatutto la seconda guerra mondiale.

Sempre nel 1974 sull'isola indonesiana di Morotai, il soldato Teruo Nakamura, viene scoperto da un aereo da ricognizione (e qui può esserci un contatto con la storia del disco). Ma anche questi è fuori tempo oltre che con epilogo molto diverso da Nude (morirà di cancro ai polmoni e povero non venendogli riconosciuto la sua nazionalità essendo nato nell'isola di Formosa).

Nel 1972 si arrende sull'isola di Guam il caporale Shoichi Yokoi ma anche lui è fuori tempo massimo per la storia di Nude.

Nel 1969 si arrende il sergente Tadashi Ito ma anch'egli aveva passato i suoi anni (che non sarebbero poi 29) alla macchia non da solo ma con il soldato Bunzo Minagawa.


Riquadro 2

Recensione disco


Sia alcune derive pop (in City Life) che i suoni scelti per le tastiere inquadrano immediatamente nella classica produzione di musica degli inizi anni ’80.
Il sound plasticoso, tipico della produzione del tempo, comunque, viene evitato grazie agli arrangiamenti sempre raffinati e all’inserimento un po’ dovunque del flauto e del sassofono, che rende meno povera la tavolozza timbrica a disposizione.
Se la descrizione di Nude, sono 24 secondi di un sintetizzatore in coda alla prima traccia (la già citata City Life), Drafted, aperta dal trio pianoforte, violoncello e basso fanno tornare
quella magia che, da sempre, questo gruppo sa creare. E così il sig. Latimer, nelle retrovie nel primo pezzo, si presenta ad integrare la struggente atmosfera creata dagli strumenti e dalla voce. Un brano che funziona, dolce e malinconico e che in qualche modo preannuncia certe atmosfere che ritroveremo nei lavori molto più recenti del cammello (da dust and dreams in poi, per intenderci).
Gli strumentali, abbondantemente presenti nel disco, sono il cuore di questo lavoro.
Docks, misteriosa e carica di tensione prepara a quella Beached che ben descrive lo sbarco in tempi di guerra.
Inutile dire che la chitarra la fa da padrona, senza strafare, sottolineando quella tensione creata ora dalla tastiera, ora dal ritmo da marcia, e donando la conseguente e liberatoria risoluzione.
Dopo tanta concitazione, Landscapes, apre con un accordo arpeggiato di un pianoforte e un flauto che ti fa calmare, ti fa capire che ora sei solo e non più in pericolo.
Il ritmo quasi tribale in Changing Places, insieme al suono della tastiera, trasmette bene la sensazione dell'operosità a cui il nostro Nude è immerso.
Non ci sono scossoni, tutto confluisce in Pomp & Circumstance dove di nuovo il flauto e l'arpeggio della tastiera ci porta a un nuovo stato di grazia e diciamolo pacata tranquillità.
Ma l'eco del cambiamento è nell'aria, dietro gli strumenti, la batteria con il suo ritmo marziale, sembra ricordare all'ascoltatore che la tranquillità non può esistere per sempre.
Il cantato ritorna in Please Come Home, che tastiera e voce ci prepara al ritorno di Nude a “casa”. Non c'è batteria, o chitarra, ma solo tanta melodia, quasi una nenia. Dolcezza che viene in qualche modo rotta dal tappeto di tastiere e chitarra che in Reflections tentano di descrivere lo stato d'animo di un uomo che ha il primo contatto con altri uomini dopo tanti anni.
La chitarra sognante di Latimer, ci parla, e ci si sorprende quasi a trattenere il respiro, immaginandosi Nude, rannicchiato a pensare sul da farsi, se tornare o restare.
Ma Capture risolve il tutto, direi magistralmente. La batteria questa volta conduce il gioco, il sassofono rifà capolino e il pezzo torna a quei ritmi concitati di Beached in attesa di The Homecoming, che ricrea la gioia della parata e degli onori ricevuti da Nude una volta tornato a casa.
Lies, ci riporta al canonico camel sound, con la chitarra che duetta con il cantato facendone quasi da contrappunto, mentre la sezione ritmica sostiene l'architettura creata dagli accordi della tastiera.
Ma c'è tempo per rompere gli schemi con un piccolo assolo d'organo centrale, in modo da dare la possibilità anche alla sezione ritmica di variare l'ossatura del brano, e conseguente risposta della chitarra.
Gli ultimi quattro minuti sono dedicati a The last Farewell divisa in due momenti The birthday cake
e Nude's return.
Tutti i protagonisti dell'album (flauto, sassofono, tastiera) si riuniscono qui per condurci al fraseggio della chitarra che ci saluta chiudendo il disco.
Non poteva esserci finale migliore per un album che veramente merita di essere riscoperto.


RIQUADRO OPZIONALE

Per chi non conoscesse i Camel.

La storia dei Camel è molto lunga e complessa. La complessità è dovuta alle tante formazioni
e interazioni con altre band (basta citare i Caravan), alla sospensione delle attività, negli anni ottanta, per oltre cinque anni per cause legali (nell’ennesimo cambio di formaizone, ci fu poi un contenzioso sui diritti del nome del gruppo) e poi la maturità dei dischi degli anni 90, di nuovo la cattiva notizia della sospensione delle attività a causa della malattia di mr. Latimer, fino ad arrivare ad oggi, con la gradita notizia del ritorno sui palchi, lasciandoci così sperare in un nuovo album.

Non vi tedio quindi sui particolari, un'ampia retrospettiva potrete trovarla sul sito (www.rottersclub.net), ma qui vi do gli elementi per poter leggere e inserire nel contesto della storia del gruppo l'album Nude.

I Camel, da sempre ruotano sulla grande personalità del suo membro fondatore, compositore e chitarrista storico: Latimer. Da sempre il suono della sua chitarra ha impregnato la proposta musicale dei Camel, al punto che un brano, di qualsiasi disco dell'ampia produzione del gruppo è immediatamente riconoscibile.

In un certo senso, come per altri grandi chitarristi, (Santana, Gilmour), Latimer riesce a far “parlare” la sua chitarra e come tale viene usata: ampi momenti a supporto della melodia di base, con un suono molto dolce e mai ruvido, sognante e malinconico. E tutti questi aggettivi li potete anche usare per la musica tutta dei Camel che fa da corredo e sostegno degli ampi assolo e fraseggi del chitarrista.

La loro storia, comincia un po' tardi nel '73, ma sebbene la proposta non sia una grande novità (diciamo che si assesta sul prog meno pirotecnico e più riflessivo, insomma più alla “After the Ordeal” che all'Apocalipse in 9/8 per citare i Genesis) riescono subito ad essere notati con album di enorme personalità. Penso, in ordine sparso, a Mirage, Moonmadness, all'altro concept di “The Snow Goose”, che danno fama e seguito al gruppo.
Ed è proprio da questo periodo che il new prog si alimenterà: i Pendragon, ad esempio, palesemente hanno questi album come ingrediente principale della loro proposta musicale.
Tralasciando i live, interessante il periodo più fantasioso e arioso della loro produzione, con inserimenti di grandi musicisti di altri gruppi ( i citati Caravan ma anche degli Hatfield and the North) e così affrontano il momento dell'estinsione dei dinosauri (dal 77 in poi) con stile, proponendo musica più frizzante e se vogliamo, almeno per me, più interessante di quanto fatto precedentemente. Stupenda ad esempio First Light in Rain Dances, ma episodi eclatanti negli album successivi ce ne sono a bizzeffe, anche nel meno bello I can see your house from here, c'è, ad esempio, la stupenda “Ice”.

Gli anni 80 sono bruttarelli (The Single Factor è forse il loro momento artistico più basso, ma anche il già citato I can see your house from here, fu criticato dalla stessa casa discografica che li produsse) anche per loro, ma come abbiamo visto, Nude è una spanna sopra la produzione del momento.
Ma è dopo la pausa legale, agli inizi degli anni 90, quando si è definitivamente fuori dai giochi delle case discografiche e si comincia ad autoprodursi, che il momento dei Camel, a mio avviso, diventa magico.
Dust and Dreams, Harbour of Tears, Rajaz, A Nod and a wink (di cui almeno i primi due sono due concept stupendi legati dalla stessa tematica, di cui parlerò prima o poi...) devono stare nella collezione di ogni amante del progressive. Belle storie, buona musica, suonata bene e che dona veramente tanto, così tanto, da offuscare i fasti, pur grandi, del passato.

I Camel sono forse l'unico gruppo storico, la cui qualità della loro proposta é una parabola rovesciata: partono in alto, scendono al minimo negli anni 80, ma poi ripartono alla grande. Ascoltate per credere!
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MessaggioInviato: 30 Ago 2013 16:44:47    Oggetto: Adv






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